Laura Puppato: Scuola, Università e Cultura


Scriveva Tolstoj che la cultura serve ad apprezzare di più la vita, noi aggiungiamo che sostiene positivamente ogni attività sociale e procura enormi quantità di lavoro; ma è un campo su cui abbiamo perso molto terreno e che va messo al centro di sforzi importanti.
Oggi la scuola italiana si trova in pessime condizioni, come risultato inevitabile di scelte non fatte, di cedimenti alle sollecitazioni più disparate, di provvedimenti d’urgenza presi sotto la pressione degli eventi, dei tagli indiscriminati effettuati dai governi Berlusconi e soprattutto della mancanza di una politica scolastica di lungo respiro. Le numerose riforme e controriforme hanno condotto solo a confusione e inefficienza crescenti. Investire nell’istruzione e nella scuola significa investire sul futuro non solo dei nuovi cittadini, ma di tutto il Paese. Avere una scuola capace di ottenere alti livelli di istruzione e cultura prelude ad una società competitiva pronta ad affrontare le sfide con i Paesi più avanzati.
I tagli alla scuola sono dannosi e riducono gli standard della didattica.

Ecco i punti su cui mi impegno a promuovere politiche precise:
Il ciclo scolastico
Una buona scuola è il miglior investimento sui nostri figli e per il futuro di un Paese. Dobbiamo pensare a come rendere più fruttuoso questo investimento fin dai primi anni di vita dei bambini. E’ da qui che dobbiamo ripartire. “Una buona scuola d’infanzia è il miglior investimento per il futuro di un Paese [...]. Sull’investimento iniziale nei servizi alla prima infanzia vi è un ritorno economico valutabile nella misura del 10%” (J. Heckman, premio Nobel per le Scienze economiche del 2000].
L’asilo nido: è un diritto educativo di tutti bambini. Va scardinato l’assioma nido/ servizio sociale per affidare questa competenza direttamente al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Bisogna “mettere in sicurezza” quelle strutture con alti standard qualitativi e investire in nuovi asili nido, necessari in tutto il territorio. Le rette relative vanno commisurate al reddito familiare. L’introduzione di maggiori detrazioni delle spese a sostegno dell’educazione dei figli nella fascia 0/6 per i redditi isee inferiori ai 20000 euro offrirerebbe un sostegno concreto alla genitorialità, in quanto permetterebbe un risparmio concreto e consistente per le famiglie – in media 100 euro al mese-. Questo innescherebbe una ripresa netta del servizio educativo e permetterebbe di ripopolare le strutture, con conseguente ripresa del lavoro femminile nel tempo.
Scuola materna: il modulo delle 25 ore non permette lo svolgimento di una buona didattica per tutti e facilita la formazione delle cosiddette “classi ghetto”; i bambini, specie a questa età, hanno bisogno di tempi prolungati per socializzare e per imparare. Il tempo pieno garantisce tutto questo; le compresenze permettono il lavoro di tutti i bambini, nessuno escluso.Sostengo e propongo l’obbligatorierà almeno dell’ultimo anno della scula materna: troppi sono i bambini che arrivano in prima elementare con difficoltà di inserimento sociale, specie quei bambini nati da genitori stranieri che spesso hanno anche difficoltà linguistiche.
Il ciclo scolastico primaria-secondaria, attualmente articolato in 5+3 anni, potrebbe essere uniformato, dopo un percorso condiviso con le parti sociali, su un ciclo unico di 7 anni con la modalità tempo pieno o 30 ore su 5 giorni con compresenza. Punto irrinunciabile è la tutela dei diritti dei più deboli per cui serve incrementare il numero degli insegnanti di sostegno, affinché nessuno rimanga escluso o indietro. Punto imprescindibile è il diritto al successo scolastico per ogni giovane cittadino.
Qualità dell’insegnamento e livello dei docenti
Occorre elaborare un progetto di lungo termine capace di permettere a studenti e insegnanti di elevare i propri livelli di preparazione, vedendo riconosciuti meriti particolari. Un simile progetto comporta di valorizzare la figura dell’insegnante oggi depressa e maltrattata: le persone che hanno in mano le sorti dei futuri cittadini devono essere motivate anche tramite il riconoscimento di una professionalità adeguata e di uno stipendio correlato ai risultati. Come gli studenti devono affrontare una equa valutazione, allo stesso modo sarebbe bene introdurre criteri per la valorizzazione dei docenti (tramite valutazioni espresse dagli stessi allievi e la verifica dei risultati raggiunti da questi ultimi), in modo di premiare i migliori in termini di valori di retribuzione e percorsi di carriera.
Deve inoltre essere curato con particolare attenzione l’aggiornamento professionale a tutti i livelli, tenendo conto della rapidità con cui evolve e si trasforma la società.
Nell’immediato occorre uscire dalla palude normativa agendo decisamente contro il precariato e avviando piani di reclutamento commisurati ai bisogni. Bisogna inoltre mettere in primo piano la continuità dell’insegnamento ponendo un limite ben preciso al balletto delle cattedre che ogni anno si ripete.
Università e ricerca
L’istruzione universitaria è un nodo cruciale per lo sviluppo del Paese, su cui puntare decisamente per tornare ad essere competitivi. Anche ove la qualità dell’insegnamento è ancora buona c’è enorme dispersione delle risorse, perché le Università sono afflitte da troppe baronie che tendono a contendersi fondi e studenti e a gestire non sempre in modo specchiato assistenti e ricercatori. Anche a questo riguardo vanno introdotti strumenti di valutazione del corpo docente, con adeguata e continua attività di formazione e verifica.
L’Università sotto casa non è un vantaggio né un diritto. Come è stato fatto per la Sanità – pochi grandi Ospedali con prestazioni di eccellenza – si deve puntare a un adeguato numero di Università, dotate di strutture e docenti di prim’ordine. Con i risparmi derivati si deve intervenire subito per ridurre le rette universitarie e i costi dei convitti per gli studenti fuori sede.
È necessario attuare strategie – non solo economiche – volte a trattenere i nostri studenti e ricercatori migliori frenando la “fuga dei cervelli”. Università e istituti di ricerca vanno dotati di fondi adeguati per sostenere le attività innovative secondo parametri europei, mettendo in atto la valorizzazione di tutti gli attori e un sufficiente coinvolgimento del sistema delle imprese.
Spettacolo dal vivo, audiovisivo ed arti visive
È necessario riconoscere all’Arte nelle sue molteplici espressioni, divise tra spettacolo dal vivo, audiovisivo ed arti visive, il ruolo sociale di veicolo di formazione e di trasmissione della Cultura, quindi di Bene Comune.
I tagli indiscriminati e progressivi ed un’analoga erosione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del settore rendono sempre più urgente un tavolo di concertazione per l’elaborazione di una nuova legge, in linea con quelle della maggior parte dei paesi europei, non solo per la salvaguardia dei diritti ma anche per la valorizzazione delle singole professionalità.

Il programma di Vendola sulla Scuola, la Formazione e la Cultura


Scuola e Formazione

Nella classifica OCSE sugli investimenti e sullo stato di salute del sistema della Formazione nei paesi più industrializzati nel mondo, l'Italia occupa le ultime posizioni. Siamo penultimi, al 31° posto su 32.


Cultura
Se vogliamo che il futuro non sia lasciato al caso o diventi un qualcosa di cui avere paura è necessario tornare a credere nel valore delle idee. Le idee sono la causa di tutto ciò che ci circonda e la cultura è la loro unione

                                        Guarda il programma sulla cultura in pdf

fonte: http://www.nichivendola.it/



Bersani e il Sapere

La dignità del lavoro e la lotta alle disuguaglianze s’incrociano nel primato delle politiche per l’istruzione e la ricerca. Non c’è futuro per l’Italia senza un contrasto alla caduta drammatica della domanda d’istruzione registrata negli ultimi anni. È qualcosa che trova espressione nell’abbandono scolastico, nella flessione delle iscrizioni alle nostre università, nella sfiducia dei ricercatori e nella demotivazione di un corpo insegnante sottopagato e sempre meno riconosciuto nella sua funzione sociale e culturale.

In questo caso più che dalle tante indicazioni programmatiche, conviene partire da un principio: nei prossimi anni, se vi è un settore per il quale è giusto che altri ambiti rinuncino a qualcosa, è quello della ricerca e della formazione. Dalla scuola dell’infanzia e dell’obbligo alla secondaria e all’università: la sfida è avviare il tempo di una società della formazione lunga e permanente che non abbandoni nessuno lungo la via della crescita, dell’aggiornamento, di possibili esigenze di mobilità. Solo così, del resto, si formano classi dirigenti all’altezza, e solo così il sapere riacquista la sua fondamentale carica di emancipazione e realizzazione di sé.

A fronte di questo impegno, garantiremo processi di riqualificazione e di rigore della spesa, avendo come riferimento il grado di preparazione degli studenti e il raggiungimento degli obiettivi formativi. La scuola e l’università italiane, già fiaccate da un quindicennio di riforme inconcludenti e contraddittorie, hanno ricevuto nell’ultima stagione un colpo quasi letale. Ora si tratta di avviare un’opera di ricostruzione vera e propria. Nella prossima legislatura partiremo da un piano straordinario contro la dispersione scolastica, soprattutto nelle zone a più forte infiltrazione criminale, dal varo di misure operative per il diritto allo studio, da un investimento sulla ricerca avanzata nei settori trainanti e a più alto contenuto d’innovazione. Tutto ciò nel quadro del valore universalistico della formazione, della promozione della ricerca scientifica e della ricerca di base in ambito umanistico.

Il pensiero di Matteo Renzi sulla Scuola, video e programma

Oggi tutti invocano la crescita, ma invocare la crescita è come invocare la pace nel mondo: dà soddisfazione ma non vuol dire nulla. Il punto è capire come. Storicamente l'Italia è cresciuta grazie a un'unica cosa: il talento e le capacità degli italiani. Il vero problema del nostro Paese, oggi, non è la crisi dei mercati. E lo spreco più grave non è di natura economica. Il vero problema è che non stiamo valorizzando il potenziale degli italiani.
Una parte troppo ampia delle capacità degli italiani è mortificata da un sistema ingiusto e ottuso che, a tutti i livelli, schiaccia anziché favorire l'impegno e le aspirazioni di ciascuno di noi. Proviamo ad immaginare un ciclo vitale nel quale, ad ogni stadio, anziché distruggerlo, il sistema pubblico incoraggi la formazione di capitale umano, ampli lo spettro delle scelte a disposizione delle persone, liberi il loro potenziale. A cosa assomiglierebbe?
a. Partire col piede giusto: dare al 40% dei bambini sotto i tre anni un posto in un asilo pubblico entro il 2018. L'Italia combina attualmente due primati negativi: una bassissimo tasso di natalità e, al tempo stesso, un bassissimo tasso di occupazione femminile. In più, i test internazionali ci dicono che, da noi, lo sviluppo cognitivo dei bambini è più condizionato che altrove dalle origini familiari. In Italia, solo il 12 per cento dei bambini sotto i tre anni ha accesso a un nido pubblico, in un'età che tutti gli studi confermano essere la più importante di tutte per l'investimento in capitale umano. Ecco perché proponiamo di passare dal 12 al 40% di copertura creando 450.000 nuovi posti. Il costo stimato sarebbe di 3 miliardi l'anno di spese correnti. Elevato ma sostenibile in una manovra complessiva da 75-90 miliardi come quella che proponiamo. Il costo di investimenti (spesa in conto capitale) di 13 miliardi è anch'esso sostenibile se ripartito su 5 anni.
b. Una scuola dove si impara davvero.
La scuola è il terreno sul quale si gioca il futuro del nostro Paese.
Bisogna tornare ad investire, ma farlo con modalità nuove, che mettano al centro la qualità dell'educazione che diamo ai nostri figli. E' davvero un paradosso, quello di una scuola nella quale si danno voti a tutti, ma non alla qualità dell'insegnamento e delle strutture scolastiche. Gli istituti scolastici devono godere di un'ampia autonomia, anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo, con una piena responsabilizzazione dei rispettivi vertici e il corrispondente pieno recupero da parte loro delle prerogative programmatorie e dirigenziali necessarie. Questo obiettivo va preparato attraverso una fase transitoria nella quale si incominci a responsabilizzare gli istituti scolastici mediante una valutazione della performance gestita da una struttura indipendente centralizzata. Perciò proponiamo:
1. un forte investimento sulla scuola e, in particolare, sulla formazione e l'incentivazione degli insegnanti, sull'edilizia scolastica (v. infra 5. c.) e sull'upgrade tecnologico della didattica;
2. la valutazione degli istituti scolastici attraverso il completamento e il rafforzamento del nuovo Sistema di Valutazione centrato sull’azione di Invalsi e Indire, con la prospettiva di avvicinare gradualmente il nostro modello a quello britannico centrato sull’azione della Ofsted;
3. incentivi ai dirigenti scolastici basati sulla valutazione della performance delle strutture loro affidate;
4. una revisione complessiva delle procedure di selezione e assunzione dei docenti, basata sulle competenze specifiche e sull'effettiva capacità di insegnare;
5. una formazione in servizio per gli insegnanti obbligatoria e certificata, i cui esiti devono contribuire alla valutazione dei docenti e alle progressioni di carriera, basata su un mix di: aggiornamento disciplinare, progettazione di percorsi con altri colleghi, aggiornamento sull’uso delle nuove tecnologie per la didattica, incontri con psicologi dell’età evolutiva o con medici per capire come affrontare handicap o disturbi di apprendimento sui quali la scienza ha fatto progressi.
6. la valutazione e incentivazione degli insegnanti, attivando in ciascun istituto scolastico un meccanismo finalizzato all’attribuzione di un premio economico annuale agli insegnanti migliori, scelti da un comitato composto dal preside, da due insegnanti eletti dagli altri (cui andrà il 50% del premio e che non potranno ovviamente essere selezionati per il premio intero) e da un rappresentante delle famiglie eletto dalle stesse, sulla scorta del progetto pilota "Valorizza", già sperimentato in quattro province nel corso del 2010-2011.
c. Eliminare la formazione che serve solo ai formatori.
Esiste un’offerta molto ampia di corsi di formazione professionale che vivono solo per mantenere in vita le organizzazioni che organizzano i corsi senza nessun beneficio pubblico. Bisogna spostare le risorse da questo ambito in altri dove possono produrre benefici reali, in particolare sulle competenze tecniche e artigianali che rappresentano la vera forza del modello produttivo italiano. Rilevazione sistematica del tasso di coerenza tra la formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, a sei mesi e tre anni dalla fine del corso, e pubblicazione online di questi dati in modo che tutti possano conoscere i risultati del passato recente prima di scegliere un corso.
d. Rilanciare l'università e la ricerca.
L’Italia, che in molti settori dell’industria e del commercio è ai vertici mondiali, non è ugualmente rappresentata ai vertici delle classifiche delle istituzioni universitarie e di ricerca. Nelle istituzioni estere che si trovano ai vertici di tali classifiche, invece, lavorano molti ricercatori italiani, incapaci di trovare una posizione adeguata in Italia, mentre – salvo rarissime eccezioni – non si trovano ricercatori stranieri nelle istituzioni italiane.
1. Mettere a punto un sistema di valutazione delle università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori. L’Italia spende per l’università e la ricerca meno dei grandi paesi con cui dobbiamo confrontarci, ma questo non è il solo problema. Il reclutamento dei ricercatori è spesso viziato da logiche familistiche e clientelari. Le risorse vengono disperse tra centri di eccellenza e strutture improduttive. Anche in questo campo si devono introdurre meccanismi competitivi. I dipartimenti universitari che reclutano male devo sapere che riceveranno sempre meno soldi pubblici. Deve essere chiaro che chi recluta ricercatori capaci di farsi apprezzare in campo internazionale ne riceverà di più. È un risultato che si può ottenere usando indicatori quantitativi sulla qualità della ricerca prodotta sul modello dell'Anvur e il parere di esperti internazionali autorevoli e fuori dai giochi. L’obiettivo è avere una comunità scientifica meno provinciale, che esporta idee e attrae talenti.
2. Consentire la scommessa degli atenei e degli studenti sulla qualità della formazione. Agli atenei che vi sono interessati deve essere consentito di aumentare le tasse universitarie in funzione di progetti di eccellenza didattica, trovando al tempo stesso compensazioni per le famiglie con redditi medi o bassi. Agli studenti devono essere offerti prestiti per coprire integralmente i costi, prevedendo che la restituzione rateizzata - parziale o integrale - inizi solo quando essi avranno raggiunto un determinato livello di reddito.
3. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.
4. Incentivi fiscali per contributi alla ricerca universitaria. Detrazione dalla base imponibile di quanto donato alle università e tassazione agevolata per chi investe negli spin-off universitari.
5. Un fondo nazionale per la ricerca gestito con criteri da venture capital. Istituire un fondo nazionale per la ricerca che operi con le modalità del venture capital e sia in condizione di finanziare i progetti meritevoli al di fuori delle contingenze politiche.
e. Promuovere l'accesso al lavoro di giovani, donne e over 55.
Da noi lavora solo il 57% delle persone tra 15 e 64 anni, contro il 70% della Germania o del Regno Unito - questo significa che ci sono da noi 5 milioni di lavoratori in meno. E' un dato ancor più allarmante di quello del tasso di disoccupazione. Vuol dire che in Italia molti hanno rinunciato: i ne-ne (né studenti, né lavoratori) giovani, le donne con o senza figli, i cinquantenni e sessantenni precocemente espulsi dal mondo del lavoro.
1. Per le donne, la maternità rappresenta una delle principali cause dell’abbandono del mercato del lavoro. Il nostro piano asili nido (v. supra 4.a.) ha l’obiettivo non solo di migliorare lo sviluppo cognitivo dei bambini ma anche di ridurre fortemente il tasso di abbandono del lavoro delle mamme. Inoltre, in funzione delle risorse disponibili, valuteremo la detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile secondo il modello proposto nel d.d.l. n. 2102 presentato al Senato che prevede un'azione positiva fino al raggiungimento del tasso di occupazione femminile del 60% (oggi è al 45%).
2. Per i giovani. Al fine di combattere la precarietà e ridurre il cuneo fiscale, tutti i nuovi contratti a tempo indeterminato avranno un bonus contributivo di 1000 euro l'anno, cioè cento euro al mese, per tre anni, con una riduzione del costo contributivo di circa il 20 per cento per gli operai e del 15 per cento per gli impiegati secondo i dati della CGIA di Mestre. Il finanziamento di questo intervento pari a 1,5 miliardi avverrà tagliando la spesa pubblica. Tale bonus sarà aumentato di ulteriori 200 euro per le aziende che tramutino in contratti a tempo indeterminato una quota superiore al 40 per cento dei contratti a tempo determinato in essere alla fine dell'anno 2012. Sono inoltre necessari un forte impulso ai servizi di orientamento scolastico e professionale e la drastica riduzione dei costi di transazione relativi ai rapporti di apprendistato; il lancio di un programma di formazione mirata agli skill shortages, finanziato progressivamente secondo la straordinaria esperienza olandese dell’ultimo ventennio.
3. Per gli over-55, occorre consentire l'intreccio tra lavoro parziale e pensionamento parziale, flessibilizzazione dell’età pensionabile secondo il modello svedese, forte incentivazione economica dell’assunzione dei sessantenni, promozione della domanda di servizi che valorizzino l'esperienza degli over 55.

La ricetta tedesca farà finire l'Italia come la Grecia


Intervista a Roberto Lavagna, il "ministro del miracolo" che ha risollevato dal baratro l'economia dell'Argentina: "Prima di tagliare il Welfare colpire i settori improduttivi". Dopo il crac del 2001, Buenos Aires rifiutò i diktat dell'Fmi: "Per esempio decidemmo di bloccare gli sfratti per non mandare sotto i ponti migliaia di persone"

“Attenzione, se continuate a fare quello che vi chiede la Germania rischiate di fare la fine della Grecia”. Roberto Lavagna (nella foto) è l’economista che traghettò l’Argentina fuori dalla drammatica crisi esplosa nel Natale del 2001 (leggi il suo ritratto). Fu lui a governare l’emergenza. Nominato ministro dell’economia subito dopo il tracollo di Buenos Aires – con il Pil precipitato del 20%, i conti correnti congelati dalle banche e buona parte della classe media finita a rovistare nei cassonetti della spazzatura – riuscì a risollevare le sorti di un Paese dato ormai per spacciato, applicando ricette economiche finalizzate innanzitutto a restituire potere d’acquisto alla popolazione. “El ministro milagro” lo chiamano (anche i nemici) a Buenos Aires. Ora dice di noi: “Tagliare il welfare non vi farà uscire dalla crisi, o andate a disturbare settori improduttivi e prendete i soldi da lì, o vi ritroverete come Atene”.

Quali settori improduttivi?
Voi non potete giocare con la svalutazione della moneta come facemmo noi nel 2002 in Argentina perché avete l’euro e fate bene a tenervelo caro. Però potete decidere di avere il coraggio di intervenire con tagli molto precisi e molto decisi nei settori meno legati alla crescita. Penso per esempio alle spese per la Difesa. Solo quando c’è potere di acquisto c’è aumento della domanda e come si esce dalla recessione se non si pensa ad aumentare la domanda di beni e servizi da parte della popolazione? Quale senso economico ha distruggere il welfare state per tutelare gli interessi di settori di potere che non producono ricchezza? Pensare che uscirete dalla crisi attuando le politiche che vi raccomanda la troika è un errore gravissimo. Credere che si recupera competitività riducendo il potere di acquisto della popolazione è folle. Vi va male? Se seguite quelle ricette vi andrà peggio.

Quali delle richieste della Banca centrale europea, dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale non la convincono?
Finora mi pare che l’unica cosa concreta fatta in Europa sia stata il salvataggio delle banche. Guardate la Grecia. Lì c’è stato un drastico intervento europeo. Eppure Atene va verso un 2013 con il Pil precipitato, gli indici di disoccupazione e di povertà  vanno peggio di come andavano prima del drastico intervento europeo. Perché non viene messa in discussione l’efficacia dell’intervento? Si chiede al governo greco invece di aumentare la politica delle lacrime e sangue. Cosa ha salvato lì il piano di salvataggio europeo? Ha salvato l’esposizione di alcune banche.  L’esposizione delle banche in Grecia è diminuita del 60%. E’ l’unica cosa che è stata fatta. Si è privilegiato il salvataggio di quel settore. Si è fatta una scelta specifica, si è salvato l’interesse di un particolare settore di potere.

Era possibile non farlo?
Con la quantità di soldi che si è spesa si poteva salvare parte dell’economia al collasso. Ma guardate quanto si è speso per salvare le banche dei Länder tedeschi che stavano messe male tanto quanto le Caixas spagnole. Perché si parla tanto dei buchi delle Caixas spagnole e non di quelli enormi delle banche dei Länder tedeschi ripianati dalla signora Merkel? Mistero.

Che cosa contesta esattamente alla gestione tedesca della crisi europea?
L’egoismo e la miopia. La sintesi della situazione europea l’ha fatta Helmut Kohl quando ha detto: ‘Finora si trattava di europeizzare la Germania, ora si sta tentando di germanizzare l’Europa’. Che voi seguiate la strada indicata dalla Germania conviene alla Germania, non a voi.

Ma davvero crede che il welfare così come l’abbiamo conosciuto finora possa essere mantenuto?
Ci sono sprechi ed eccessi nel welfare europeo, certo. Ma non si può cominciare a tagliare da lì. Chi va a tagliare i costi del welfare, per farlo con autorevolezza, deve essersi reso prima credibile politicamente prendendo i soldi ai settori di potere improduttivi. Non ci vuole un genio dell’economia per fare cassa tagliando salari pubblici e pensioni.

Quali degli strumenti usati in Argentina per uscire dal tracollo del 2001, ritiene utili nella crisi europea attuale?
Lasciamo perdere le ovvie differenze e guardiamo alle similitudini tra le due situazioni. Sinceramente, le somiglianze tra la Grecia di oggi e l’Argentina di allora sono preoccupanti. La troika chiede ad Atene, e rischiate che tra poco chiederà a voi, le stesse cose che il Fmi chiese a noi dieci anni fa. Se l’avessimo seguito alla lettera, non ci saremmo mai più ripresi. In Argentina la prima richiesta del Fmi durante la crisi economica fu di ridurre le spese per i salari pubblici e per le pensioni del 13%. La prima richiesta fatta alla Grecia è stata di tagliarli del 14%. Noi avemmo il coraggio di dire no a richieste pressanti che ci arrivavano dagli organismi internazionali.

Quali?
Banche e imprese straniere ci chiedevano il pagamento di un’indennità, il “seguro de cambio”, che serviva a rimborsare i profitti persi a causa della svalutazione della moneta. Pagarlo a una sola impresa avrebbe voluto dire sborsare 500 milioni di dollari dalla cassa statale. Dicemmo di no. Altro esempio: decidemmo di sospendere gli sfratti nei casi di unica abitazione. Il Fmi ci disse che era una violazione del principio capitalistico della difesa della proprietà. Trovo che sia un assurdo economico, oltre che un grave attentato alla sicurezza sociale, mandare a vivere sotto ai ponti migliaia di persone. Comunque una decisione simile, pochi anni più tardi fu applicata negli Stati uniti senza scandali. Perché in casi di crisi, l’eterodossia diventa regola. Solo che negli Stati uniti sono stati più abili di noi e la decisione non ha fatto scandalo. Anzi, non ha fatto neanche notizia.

di 

Manifestazioni del 14 novembre 2012 a Roma, itinerari cortei

Domani, mercoledì 14 novembre, dalle 9 alle 11 manifestazione da piazza della Repubblica a piazza Santi Apostoli, indetta dalla Confederazione Cobas, in occasione dello "sciopero europeo contro la crisi". Il corteo principale sfilerà per via delle Terme di Diocleziano, via Giovanni Amendola, via Cavour, largo Corrado Ricci, via dei Fori Imperiali, piazza Venezia e via Cesare Battisti. E' prevista la partecipazione di 3000 persone.  Entro le 7 divieto di sosta con rimozione dei veicoli eventualmente presenti in piazza delle Repubblica e in piazza Santi Apostoli, e in tutte le strade dove sfilerà il corteo.Durante la manifestazione, possibili deviazioni o limitazioni di percorso per le linee H, 5, 14, 16, 30Express, 40Express, 44, 46, 53, 60Express, 60L, 62, 63, 64, 70, 71, 75, 80Express, 80B, 81, 83, 85, 87, 105, 117, 119, 160, 170, 175, 271, 360, 492, 571, 590, 628, 649, 714, 715, 716, 780, 781, 810, 910 e 916.

Un secondo corteo degli studenti 
partirà nel corso della mattina da piazzale Aldo Moro verso piazza della Repubblica, per ricongiugersi al corteo dei Cobas. 
Dalle 7, la Questura ha disposto i divieti di sosta nell'area dell'Università "La Sapienza": piazzale Aldo Moro, viale delle Scienze, via Pietro Gioberti, via dei Frentani, via dei Liburni, via dei Marrucini, via degli Irpini, via dei Ramni, via Cesare De Lollis, piazzale del Verano, viale Regina Elena, da piazzale del Verano a viale dell'Università.


Sempre domani, dalle 9 alle 14 sit-in a largo Bernardino da Feltre
, davanti al ministero dell'Istruzione. Possibili modifiche alla viabilità pubblica e privata su viale Trastevere. Divieto di sosta in largo Bernardino da Feltre e sul tratto di viale Trastevere compreso tra via Girolamo Induno e largo Bernardino da Feltre con rimozione, entro le 7, di automobili, moto e motorini eventualmente presenti.Possibili deviazioni o limitazioni di percorso per i collegamenti 3B, H, 8, 44, 75, 115, 125 e 780.

Dalle 9,30 alle 12  corteo da piazza Bocca della Verità a piazza Farnese, indetto dalla Cgil Roma e Lazio. Prevista la partecipazione di 1500 persone. I manifestanti percorreranno via Luigi Petroselli, via del Teatro Marcello, via di San Marco, via delle Botteghe Oscure, largo di Torre Argentina, Corso Vittorio Emanuele II, piazza San Pantaleo, via dei Baullari e piazza Campo de' Fiori. 
Le linee H, 8, 30, 40, 44, 46, 53, 60, 62, 63, 64, 70, 80, 80B, 81, 83, 85, 87, 116, 117, 119, 160, 170, 175, 186, 271, 492, 571, 628, 715, 716, 780, 781 e 916 potrebbero subire deviazioni o rallentamenti.

Dalle 11 alle 20 infine, sit-in ancora dei Cobas in piazza Montecitorio, nell'area compresa tra via della Colonna Antonina e l'obelisco, in occasione della discussione  presso la Camera dei Deputati della legge di Stabilità.

fonte: http://www.muoversiaroma.it 

la riforma Berlinguer ovvero l'inizio della fine della Scuola italiana

Articolo di Costanzo Preve un po' datato ma comunque interessante, anche se complicato, sulle origini della distruzione della scuola italiana. Secondo Preve l'inizio coincide con la riforma Berlinguer (e condivido pienamente) ma non solo. Essa viene inserita in un contesto socio-culturale europeo di decadenza che non voglio anticiparvi.
Il saggio dal titolo "L'assassino è il maggiordomo: la riforma Berlinguer" per la lunghezza e complessità è stato suddiviso in 9 parti, buona lettura:

fonte: Kelebek 

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