Pensione: gli italiani vorrebbero andarci a 57 anni

Gli italiani vorrebbero andare in pensione presto. Dall'indagine AXA Retirement Scope 2010 condotta da GFK Eurisko per il Gruppo AXA su scala mondiale merge infatti che i lavoratori vogliono andare in pensione presto, a 57 anni, e sono tra i piu' contrari nel mondo industrializzato ad alzare l'eta' minima pensionabile: dice di no il 69%, preceduto solo da Spagna (74%) e Germania (71%); l'idea di un possibile innalzamento dell'eta' minima pensionabile sta invece prendendo piede tra i giovani, consapevoli di dover andare in pensione piu' tardi rispetto ai loro predecessori. L'aumento della soglia dell'eta' pensionabile, le trasformazioni del welfare pubblico e la crisi economica sono tra le principali leve che spingono il risparmio degli italiani. Gli italiani si confermano tra i maggiori risparmiatori d'Europa: i lavoratori risparmiano in media 488 euro al mese (5857 Euro all'anno), mentre i pensionati 382 euro (4581 Euro all'anno), molto piu' che negli altri Paesi europei e al terzo posto nelle classifiche internazionali. Gli italiani risultano comunque meno preoccupati di quanto non fossero tre anni fa rispetto al proprio tenore di vita futuro nel periodo della pensione. La propensione al risparmio rimane una risorsa fondamentale per gli italiani grazie al loro approccio realistico, ma non emerge ancora un forte orientamento alla finalizzazione del risparmio privato a fini previdenziali. Rispetto alla precedente edizione di AXA Retirement Scope (rilevazioni effettuate nell'estate del 2007) gli italiani si dimostrano piu' sereni verso la pensione. Che lavori o sia gia' in pensione, la popolazione intervistata e' mediamente positiva quando pensa allo standard di vita in pensione: 6 lavoratori su 10 prevedono un reddito da pensione sufficiente; il 57% dei pensionati e' soddisfatto del proprio reddito, anche se il livello di soddisfazione varia a seconda della fascia di reddito di appartenenza. E' piuttosto positiva anche l'immagine della ''vita da pensionati'' degli italiani, i piu' ottimisti tra i Paesi coinvolti nella ricerca, in particolare i lavoratori: perche' si ha piu' tempo per prendersi cura di se' (90% dei lavoratori, 82% dei pensionati) o da trascorrere con la famiglie (89% dei lavoratori, 87% dei pensionati) o da dedicare all'impegno sociale e a progetti a carattere associativo (78% dei lavoratori, un dato composto per l'86% da donne; 65% dei pensionati). Meno ottimisti i pensionati, per cui spesso la pensione rappresenta una fase della vita legata a ristrettezze economiche (58%, di cui 67% sono donne) o a vecchiaia, malattia, dipendenza da terzi (59%). Per quanto riguarda il dettaglio del portafoglio degli italiani, i prodotti bancari hanno la maggiore diffusione (il 93% dei lavoratori e l'89% dei pensionati dichiarano di possedere un prodotto bancario), ma emerge una propensione alla diversificazione delle risorse finanziarie, in particolare attraverso prodotti assicurativi. Gli italiani risultano pero' meno previdenti rispetto alla media europea in termini di preparazione alla pensione, un trend in aumento rispetto al 2007. Solo un terzo dei lavoratori ha iniziato a prepararsi alla pensione, dato al di sotto della media europea (45%) e superiore solo alla Spagna. E il 40% iniziera' in un prossimo futuro. Le evidenze sono analoghe per i pensionati: il 27% ha iniziato a preparare il periodo della pensione durante il lavoro, e il 42% non lo ha fatto ma sostiene che avrebbe voluto. Qualcosa, comunque, nel nostro Paese sta cambiando. A livello generale le opinioni sulla capacita' delle istituzioni finanziarie di proteggere gli standard di vita durante il periodo della pensione sono piuttosto diversificate: abbastanza positive quelle dei lavoratori rispetto ai pensionati (51% vs 40%) e, fra i primi, dei giovani lavoratori rispetto a quelli di mezza eta' e quelli prossimi alla pensione, i cosiddetti ''End-Working'' compresi nella fascia dai 50 ai 64 anni (il 58% vs rispettivamente il 49% e il 43%).

fonte: Asca

Sible De Blaauw - Storia dell'Architettura Italiana, da Costantino a Carlo Magno

Nella periodizzazione tradizionale della storia dell'arte esiste un lungo intervallo oscuro tra l'architettura dell'età imperiale romana e quella del primo Medioevo. La vecchia tesi di un progressivo declino della cultura classica e di timidi accenni di rinascita nel primo Medioevo appare tuttavia superata da tempo. Piuttosto i concetti chiave di questo momento storico sono: continuità, cristianizzazione e innovazione. Fulcro di tale sviluppo è la creazione dell'edificio di culto cristiano, che si rivelerà poi uno dei temi più fecondi della storia dell'architettura europea. Ma anche il permanere del patrimonio monumentale ereditato dall'antichità e gli impulsi scaturiti dallo stanziarsi dei Longobardi, gli influssi bizantini e la nuova dimensione europea dell'impero carolingio caratterizzano questo periodo. Tutti questi argomenti sono nel presente volume oggetto di trattazione da parte di studiosi di fama internazionale. Si illustra la prima fioritura dell'edilizia chiesastica nei centri principali dell'Italia tardoantica: Roma, Milano e Ravenna e nelle altre città e territori dell'Italia settentrionale e meridionale. Si prende inoltre in esame la permanenza dell'eredità urbanistica e architettonica del mondo antico, sotto l'aspetto sia della continuità d'uso che dell'influenza esercitata come fonte di rievocazione e d'ispirazione. All'altra estremità della trattazione si profilano i nuovi abitati del primo Medioevo.

Sible De Blaauw - Storia dell'Architettura Italiana, da Costantino a Carlo MagnoAcquistalo su Hoepli.it con il 15% di sconto spedizione gratuita

Umberto Eco - il Medioevo - Barbari, Cristiani, Musulmani

Dal 476 all'anno Mille: dopo la caduta dell'Impero romano assistiamo al tramonto del mondo antico e al lento formarsi di un nuovo amalgama con i popoli barbari, al diffondersi del cristianesimo, alla costruzione del rapporto complesso con l'islam, tutti elementi attraverso i quali si iniziano ad abbozzare i tratti dell'Europa che verrà. Uno sguardo totalmente nuovo, limpido, vivace e insieme profondo, per leggere vicende ed eventi lontani, ma a noi vicini in molti imprevedibili modi. Umberto Eco, con la collaborazione dei più importanti medievisti delle diverse discipline, vi accompagna in un viaggio coinvolgente e sorprendente attraverso la società, l'arte, la storia, la letteratura, la musica, la filosofia, le scienze di questo periodo così intenso della storia della civiltà europea. Il libro contiene 80 tavole a colori fuori testo con iconografia e mappe cronologiche.
Clicca qui per acquistarlo sconto 15% e spedizione gratis

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini - Storia dell'Italia Unita

Esattamente un secolo e mezzo fa l'Italia è diventata una nazione. Dopo il rinascimento, il nostro paese era stato relegato in un ruolo marginale: dopo l'unità, ha iniziato un percorso che l'ha portato tra le maggiori potenze economiche del pianeta. Sul fronte della modernizzazione e della ricchezza, i successi dell'Italia unita sono dunque numerosi e innegabili. Tuttavia la storia recente del nostro paese resta segnata da due grandi tragedie come il fascismo e la distanza tra Nord e Sud. "La storia dell'Italia unita" racconta così una vicenda problematica, ricca di luci ma anche di ombre. Il volume è articolato lungo cinque narrazioni parallele, che approfondiscono altrettanti aspetti fondamentali: la politica internazionale; l'evoluzione del sistema politico e gli eventi che l'hanno segnato, a cominciare dalle due guerre mondiali; il modello di sviluppo, con i due miracoli economici; l'evoluzione della società; l'identità del paese attraverso la cultura. Tenendo presente le diverse prospettive adottate via via dagli storici per leggere il "caso italiano", De Bernardi e Ganapini offrono così una ricostruzione della vicenda italiana che tiene conto della lezione del passato, ma si apre anche alle sfide del presente: un saggio che vuole intervenire nel discorso civile del paese con gli strumenti propri del "mestiere dello storico", evitando tanto la museificazione della memoria quanto le trappole del sensazionalismo.

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini - Storia dell'Italia Unita Acquistalo su Hoepli.it con il 15% di sconto

Gianpaolo Pansa - I Vinti non Dimenticano

"Quando pubblicai Il sangue dei vinti nell'ottobre 2003, venni linciato dalle sinistre. Tre anni dopo, nel 2006, per l'uscita di un altro mio lavoro revisionista, La grande bugia, fui aggredito a Reggio Emilia da una squadra di postcomunisti violenti. Perché i nipoti dei trinariciuti dipinti da Giovanni Guareschi mi inseguivano? I motivi erano soprattutto due. Avevo dato voce ai fascisti, obbligati dai vincitori a un lungo silenzio. E avevo posto il problema del Pci e del suo obiettivo nella guerra civile: fare dell'Italia un paese satellite dell'Unione sovietica. Oggi l'Urss non esiste più, anche il Pci è scomparso. Eppure le sinistre continuano a non accettare che si parli delle pulsioni autoritarie dei comunisti italiani e del loro legame con Mosca. E per sfida che nei Vinti non dimenticano ho scritto le pagine che mi ero lasciato alle spalle. L'occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e Fiume, guidata dal servizio segreto di Tito, con migliaia di deportati scomparsi nel nulla. La sorte delle donne fasciste, stuprate e poi soppresse. Le uccisioni di comandanti partigiani e di politici socialisti e democristiani che si opponevano al predominio comunista. La verità è sempre una chimera. Ma non si può cercarla quando si è accecati dalla faziosità politica. Nei Vinti non dimenticano ho rifiutato ancora una volta la storia inquinata dall'ideologia. Questo mi fa sentire un uomo libero, come lo sono i miei lettori." (G. Pansa)

Gianpaolo Pansa - I Vinti non Dimenticano Acquistalo su Hoepli.it con il 33% di sconto

Donald Bloxham - Lo Sterminio degli Ebrei

Il saggio affronta la Shoah secondo una logica comparatista che passa in rassegna i fattori invarianti che attraversano la storia dei genocidi. Questo approccio non invalida o relativizza l'unicità della Shoah ma, inserendola in un quadro generale, ne evidenzia una logica storicopolitica e le conferisce una maggiore intelligibilità. Di tale quadro fanno parte i massacri verificatisi nel Caucaso ad opera del regime zarista, le guerre etniche-religiose della regione balcanica, i genocidi perpretrati dalle potenze imperialiste in Africa e nel sud-est asiatico, la distruzione degli armeni e, dopo Auschwitz, le pagine atroci che hanno continuato ad essere scritte in Asia come in Africa, ancora sotto i nostri occhi. Le analisi del volume consentono di intravedere una logica d'insieme e una coerenza strategica che lega tra di loro i fattori (economici, sociali, politici, culturali) che contrassegnarono il progetto di distruzione degli ebrei durante il nazismo. La Shoah diventa cosí un punto di precipitazione finale di una storia di lunga durata, quella dei genocidi, delle biopolitiche razziali e razziste, della polizia e della discriminazione etnica in cui un'intera civiltà risulta coinvolta.

Donald Bloxham - Lo Sterminio degli Ebrei Acquistalo su Hoepli.it con il 15% di sconto

Sergio Romano - Le altre Faccie della Storia

I lettori del "Corriere della Sera" chiedono spesso, nelle lettere che inviano a Sergio Romano, informazioni su personaggi che hanno lasciato tracce importanti nella storia, pur non essendo stati protagonisti assoluti. Nelle sue risposte, Romano restituisce in poche decine di righe non solo i tratti essenziali di una personalità, ma anche dell'epoca in cui quei personaggi sono vissuti. Questo libro raccoglie, sapientemente rivisti e rielaborati, 100 di quei ritratti: da Margherita Sarfatti a Edgardo Sogno, da Gobineau teorico del razzismo a Dunant fondatore della Croce Rossa, dai gerarchi nazisti ai generali e diplomatici italiani. Il risultato è una galleria (in senso letterale: ciascuno dei 100 personaggi è illustrato con un medaglione in bianco e nero) che ci fa cogliere il senso della storia e delle azioni degli uomini e delle donne che hanno contribuito a farla.

Sergio Romano - Le altre Faccie della Storia Acquistalo su Hoepli.it con il 15% di sconto

RIFORMA BRUNETTA. Cosa cambia dal 1° gennaio 2011 nella gestione della Pubblica Amministrazione

Dal "Quanto lo fai" al "Come lo fai" il sistema della valutazione della Performance.

"Se le regole si cambiano occorre farlo ad inizio del gioco e l’Inpdap è pronto a fornire dal prossimo mese di gennaio tutte le indicazioni per la valutazione 2011 dei dipendenti"

E’in dirittura d’arrivo la riforma Brunetta, vale a dire il decreto legislativo 150 del 2009. Le norme del decreto dal 1° gennaio 2011 devono essere applicate a tutte le amministrazioni pubbliche italiane. Esse coinvolgono tra l’altro il ciclo delle performance, la misurazione e valutazione dei singoli dipendenti e delle
strutture, la meritocrazia. Tutte indicazioni che obbligano le amministrazioni da un concetto di valutazione della prestazione ad un sistema di valutazione della performance.
Obiettivi strategici. In questo passaggio l’Inpdap si trova agevolato dal fatto che già da alcuni anni utilizza un ciclo di pianificazione, che obbliga tutta la struttura a lavorare per obiettivi strategici. Solo il raggiungimento di questi obiettivi, verificato a posteriori, autorizza il pagamento del compenso incentivante a quei dipendenti che hanno partecipato al raggiungimento dell’obiettivo.
Il passaggio ulteriore ora è quello di introdurre nell’architettura gestionale dell’Istituto un sistema di valutazione della performance individuale.
A regime ogni dipendente Inpdap verrà valutato non solo in base all’apporto dato al raggiungimento della performance della struttura a cui appartiene, ma anche in base al raggiungimento di obiettivi individuali legati a capacità, valori e competenze.
Premialità. Comprendo che possa sembrare un discorso puramente teorico, una specie di dissertazione
scolastica, parlare di meritocrazia e di incentivi economici dal momento che la legge 122/2010 (la cosiddetta
“manovra economica” di questa estate) ha stabilito che ogni dipendente non possa prendere un euro in più di quest’anno. In realtà uno spazio di manovra che ci permette di uscire dall’empasse esiste nella legge stessa, quando fa esplicito riferimento al «trattamento ordinariamente spettante» del 2010 e non più al «trattamento in godimento».
Nonostante questo articolo sia statoletto in molte occasioni come una sospensione della riforma Brunetta, per quanto riguarda la parte dei premi legati alla meritocrazia, noi abbiamo visto in questa piccola, ma importante, modifica una volontà del legislatore di mantenere intatta la riforma, proprio perché il trattamento ordinario e il trattamento accessorio sono due elementi differenti. La premialità non è legata all’ordinario.
Selezione e premio. Né si può pensare che il blocco dei contratt collettivi sancito dalla stessa “manovra
d’estate” possa rappresentare un vincolo all’introduzione dal 2011 di sistemi di valutazione della performance individuale, che assicurino il carattere selettivo e premiale alle erogazioni della contrattazione integrativa. Semmai la mancata stipula dei nuovi contratti collettivi nazionali può differire l’applicazione di altre disposizioni contenute nel decreto legislativo 150.
Mi riferisco, ad esempio, alla norma che impone di destinare alla produttività individuale la quota prevalente della retribuzione accessoria, o all’introduzione del bonus annuale delle eccellenze e del premio annuale per l’innovazione o, ancora, alla possibilità di distribuire le risorse della contrattazione integrativa sulla base della “graduatoria di performance” delle pubbliche amministrazioni.
E’ evidente che queste innovazioni presuppongono un intervento sull’ammontare e sulla struttura della retribuzione, che può essere attuato solo con i successivi contratti collettivi.
Su due fronti. In Inpdap abbiamo iniziato a ragionare sul concetto di performance individuale per tempo muovendoci su due fronti. Da un lato abbiamo realizzato una mappa di tutte le competenze dei dipendenti, sulla base della quale stabilire un percorso di miglioramento dei comportamenti organizzativi e di sviluppo delle competenze. Dall’altro lato abbiamo messo in piedi un sistema di valutazione della performance, legato congiuntamente alla struttura e al singolo dipendente.
Rispettando la scadenza del decreto 150 abbiamo concluso l’elaborazione del nostro piano di valutazione in modo che l’Organismo indipendente di valutazione (Oiv) potesse vagliarlo e comunicarlo alla Commissione indipendente per la valutazione, trasparenza ed integrità delle amministrazioni pubbliche (Civit). Su questi temi è necessario che ci sia una conferenza di tutta la dirigenza (circa 180 dirigenti) e subito dopo un confronto con gli organismi sindacali con una finale comunicazione ai dipendenti.
Siamo pronti. Tenendo conto che se le regole si cambiano occorre farlo ad inizio del gioco, forniremo tutte le indicazioni per la valutazione del 2011 entro il primo gennaio 2011. Dal gennaio 2011, in pratica, Inpdap sarà in grado di conoscere le capacità di ogni dipendente e richiedere, ai fini di una valutazione positiva, che la singola capacità sia incrementata. In questo processo di cambiamento la classe dirigente ha la gravosa responsabilità della riuscita o dell’affossamento della riforma del pubblico impiego.
Trasparenza totale. Sono però ottimista: questa riforma avrà successo perché il legislatore ha inserito due
elementi dirompenti riferiti espressamente al dirigente. Il primo è quello di inserire la capacità di valutare i propri collaboratori tra gli elementi di valutazione del dirigente stesso (che diventa perciò giudicante
e giudicato). Il secondo aspetto, che corrobora la mia fiducia, è quello della trasparenza totale.
In questo modo, infatti, si rend esplicita la responsabilità del dirigente nei confronti di tutto il sistema Paese. Tutti possono chiedere conto del nostro lavoro, dei nostri risultati e del modo in cui impieghiamo le risorse pubbliche.

Vincenzo Caridi

Direttore centrale Risorse umane Inpdap
 
fonte: il Giornale inpdap dicembre 2010

FONDI PENSIONE: iscritto solo 1 lavoratore pubblico su 10

Nel settore pubblico l’adesione dei lavoratori ai Fondi pensione non supera il 10% degli iscritti rispetto ai potenziali interessati. Su 1.300.000 dipendenti con un Fondo pensione pubblico solo 130.000 hanno aderito. La maggioranza degli aderenti riguarda il Fondo Espero del comparto Scuola, in cui su circa 1.160.000 iscritti solo 83.000 hanno aderito. Migliore è la situazione per gli altri due Fondi regionali attivi – Laborfonds
(Trentino Alto Adige) e Fopadiva (Valle D’Aosta): su 85.000 48.000 si sono iscritti. Si tratta tuttavia di due realtà particolari e territorialmente circoscritte.

fonte: il Giornale inpdap dicembre 2010

Inpdap: con la Totalizzazione la Pensione si allontana di 18 mesi


La novità introdotta dalla legge 122/2010.

Pensione di Vecchiaia: 20 anni di contributi e 65 anni  d'età (uomini e donne)

Pensione di Anzianità: 40 anni di contributi e qualsiasi età

Chi chiede la pensione con la totalizzazione dei contributi dovrà attendere 18 mesi dopo il raggiungimento del diritto per averla. L’attesa è dovuta alla legge 122/2010 che ha introdotto la finestra (per l’esattezza quella riservata ai lavoratori che vanno in pensione con contributi da lavoro autonomo) in una materia nella quale non c’era mai stata.
L’attesa riguarda i lavoratori che, avendo svolto più attività e versato contributi in diverse Casse di previdenza, devono riunire i versamenti per raggiungere il diritto a una pensione.

Esempio: lavoratore allo Stato per 16 anni (Inpdap), poi all’Inps (17 anni), quindi alla Cassa dottori commercialisti (7 anni). Tenendo separate le assicurazioni non sorge diritto a pensione in nessuna delle tre assicurazioni. Mettendo insieme i periodi (40 anni) si ottiene la pensione da tutte e tre.

Requisiti: Per la pensione di vecchiaia occorre raggiungere almeno 20 anni complessivi di contributi e 65 anni di età (uomini e donne).

Per la pensione di anzianità bisogna avere 40 anni di contributi complessivi, qualunque sia l’età.

Per queste pensioni è necessario un terzo requisito: in ogni ente occorre avere versato almeno tre anni  di contributi. Ed è inoltre necessario che la persona abbia cessato di lavorare in forma dipendente.

Per le pensioni di inabilità e ai superstiti (con i requisiti minimi chiesti dalle leggi) non c’è alcuno stop: le
pensioni decorrono dal mese successivo alla domanda o all’evento.

Il calcolo della pensione. Il vantaggio che si ottiene dalla totalizzazione viene in larga parte mitigato dal sistema di calcolo della pensione “totalizzata”. La norma infatti impone che la pensione venga calcolata solo con il sistema contributivo, anche se l’interessato avrebbe teoricamente diritto al più favorevole sistema retributivo avendo versato almeno 18 anni di contributi entro l’anno 1995.

Si può continuare ad applicare il calcolo retributivo solo se il lavoratore ha raggiunto in un determinato fondo i requisiti minimi per avere tale calcolo. Facciamo l’esempio di un lavoratore che sia stato assicurato con l’Inps per 26 anni; poi abbia vinto un concorso nello Stato e abbia versato contributi Inpdap per altri 14 anni. Ora ha 65 anni e chiede la pensione con il sistemadella totalizzazione (senza di essa non avrebbe diritto alla pensione Inpdap).
Ebbene, la quota di pensione a carico Inps – avendo il soggetto raggiunto l’anzianità minima di 20 anni – viene calcolata con il sistema retributivo. La quota Inpdap con il sistema contributivo.
Se si tratta di pensione di anzianità il calcolo retributivo è possibile solo se l’interessato abbia raggiunto 35 anni di contributi in Inpdapo Inps (per seguire l’esempio di prima).

La domanda. Si fa la domanda di totalizzazione all’ente o cassa di previdenza presso cui il lavoratore da ultimo è stato o è iscritto. Questo ente si fa carico di contattare gli altri per l’esame congiunto della domanda.
Se tutto è okay ogni ente liquida in pro-quota la parte di pensione che gli spetta in base ai contributi ad esso versati. E comunica la quota parte all’Inps per unificare tutti gli spezzoni e fare un unico pagamento mensile.

Chi paga. Paga l’Inps, anche nei casi in cui il lavoratore abbia contributi solo in altre gestioni.

DAL 2011 IL PUBBLICO IMPIEGO PASSA AL TFR, RESTA IL TFS PER I PERIODI FINO AL 2010

Le indicazioni Inpdap sulla legge 122/2010 in materia di trattamento di fine servizio e di fine rapporto.
Il calcolo della liquidazione diventa doppio: vecchie regole (Tfs) fino al 2010, nuove regole (Tfr) dal 2011. Per le anzianità maturate fino al 2010 il calcolo del Tfs resta legato alla retribuzione annua percepita al momento del collocamento a riposo. Per le anzianità maturate dal 2011 si accantona ogni anno il 6,91% della relativa retribuzione.

Apartire dalle anzianità utili maturate dal 1° gennaio 2011 il calcolo dei trattamenti di fine servizio (tfs) del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche si effettua secondo le regole del trattamento di fine rapporto (tfr) con applicazione dell’aliquota del 6,91 per cento.
La nuova disciplina si applica:
1) ai dipendenti delle amministrazioni e degli enti datori di lavoro rientranti nell’elenco di quelli individuati dall’Istat e inseriti nel conto economico consolidato, iscritti all’Inpdap ai fini del tfs, assunti a tempo indeterminato entro il 31/12/2000;
2) al personale in regime di diritto pubblico. Ai lavoratori che hanno al 31 dicembre 2010 un’anzianità utile al pagamento del tfs (nel caso dei lavoratori in regime di diritto pubblico è, ad esempio, sufficiente anche un’anzianità di 6 mesi e un giorno, a condizione che nel corso del 2011 essi compiano almeno un anno di iscrizione a fini tfs) sarà pagata, al momento della cessazione dal servizio, una prestazione costituita dalla somma di due importi:
a) il primo calcolato in base alle modalità previste dalla specifica normativa del tfs sull’anzianità maturata al 31 dicembre2010,
b) il secondo calcolato in base alle regole dettate per il Tfr.

Prima e seconda quota.

Per stabilire la misura dell’indennità di buonuscita e dell’indennità premio di servizio si procede ai seguenti
calcoli.

A - Il calcolo della “prima quota” di tfs, relativa all’anzianità maturata al 31 dicembre 2010, rimane invariato,
continuando ad applicarsi le vecchie disposizioni (Dpr 1032/1973 e legge 152/1968) a seconda che si tratti di una buonuscita o di una indennità premio di servizio (Ips), che individuano quale base di calcolo, la retribuzione contributiva annua percepita al momento del collocamento a riposo ( 1 - retribuzione dell’ultimo giorno di servizio, espressa su base annuale, per l’indennità di buonuscita; 2 - retribuzione degli ultimi dodici mesi di effettivo servizio per l’indennità premio di servizio).

B - Il calcolo della “seconda quota” di Tfs, a partire dalle anzianità maturate dal 1° gennaio 2011, si effettua
attraverso l’applicazione dell’aliquota del 6,91 per cento alla retribuzione contributiva utile a fini Tfs per ciascun anno di servizio; l’importo risultante viene rivalutato secondo i parametri indicati ogni anno dall’Istat.

Un esempio.

Ad esempio, un dipendente statale assunto a tempo indeterminato il 1° gennaio 1990 e che cesserà dal servizio il 31 dicembre 2030 avrà diritto ad una prestazione di fine servizio calcolata nel seguente modo.

A - “Prima quota”: anzianità dal 1° gennaio 1990 al 31 dicembre 2010 pari a 21 anni. Tfs calcolato sulla base di un 1/12esimo dell’80% della retribuzione utile ai fini dell’indennità di buonuscita, computata su base annuale e comprensiva della tredicesima mensilità, percepita al momento del collocamento a riposo, moltiplicata per 21 anni.

B - “Seconda quota”: anzianità dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2030 pari a 20 anni. Importo risultante
dall’applicazione dell’aliquota del 6,91 per cento alla retribuzione utile per ciascun anno di servizio; l'accantonamento annuale è soggetto alla rivalutazione prevista dall’art. 2120 del codice civile.

Riscatto periodi o servizi.

1 - I riscatti ai fini Tfs, la cui domanda è presentata successivamente al 31 dicembre 2010 ma relativa a periodi e/o servizi prestati in data antecedente al 1° gennaio 2011 influiscono, ai fini del calcolo degli anni utili, sulla individuazione della “prima quota” Tfs, contribuendo ad aumentare l’anzianità utile.

2 - I riscatti di periodi e/o servizi prestati successivamente al 31 dicembre 2010 hanno l’effetto di trasformare
i relativi periodi in quote di retribuzione da accantonarsi unitamente a quelle calcolate in base alle modalità previste per la “seconda quota” Tfs e da valorizzare nell’anno di presentazione della domanda di riscatto.

Relativamente a quest’ultimo aspetto i mesi riscattati si trasformano in altrettante quote di Tfs che, dalla data della domanda, si rivalutano unitamente agli accantonamenti del 6,91 per cento.

Anni arrotondati.

A - Per il Tfs i periodi superiori a 6 mesi si arrotondano ad anno intero. Questa regola continua ad applicarsi
ai fini dell’individuazione della “prima quota” Tfs. Se nell’anzianità utile al 31 dicembre 2010, comprensiva
dei servizi o periodi riscattati, risulta una frazione di anno superiore a 6 mesi, questa si arrotonda ad anno intero; la frazione uguale o inferiore a sei mesi si trascura. La medesima regola si applica anche ai casi di anzianità superiore a sei mesi al 31 dicembre 2010.

B - Per individuare la “seconda quota” Tfs le frazioni dell’ultimo anno di servizio devono essere proporzionalmente ridotte e l’aliquota del 6,91% è applicata alla retribuzione contributiva utile mensile. Le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni sono calcolate come mese intero.

ETA’ PENSIONABILE: DAL 2015 IL LIMITE DEI 65 ANNI SALE OGNI TRE ANNI

L’aumento triennale riguarda anche le “quote”. Il primo aumento non potrà superare i tre mesi. Gli enti non possono risolvere i rapporti di lavoro con i dipendenti che hanno chiesto la pensione, finchè non si apra la prima “ finestra” utile. La riduzione delle retribuzioni superiori a 90 mila euro annui non riguarda la pensione e i trattamenti di fine servizio.
Dal 1° gennaio 2015 i requisiti di accesso al sistema pensionistico sono adeguati agli incrementi della speranza di vita. Gli adeguamenti - aggiornati ogni tre anni - riguardano:

1 - i requisiti di età e i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva (cosiddetto sistema delle quote);

2 - i requisiti anagrafici di 65 anni e 60 anni per la pensione di vecchiaia;

3 - il requisito di 65 anni per la pensione contributiva;

4 - il requisito di 65 anni per l’assegno sociale Inps.

Si inizia con tre mesi. In sede di prima applicazione, l’incremento dei requisiti in vigore, pari all’incremento
della speranza di vita accertato dall’Istat in relazione al triennio di riferimento, non può essere superiore a 3
mesi.
L’adeguamento dei requisiti anagrafici è applicato anche ai regimi sostitutivi dell’assicurazione generale
obbligatoria, agli altri regimi e gestioni pensionistiche per cui siano previsti requisiti diversi da quelli vigenti
nell’assicurazione generale obbligatoria e al personale delle Forze armate, Forze di polizia, il personale del servizio antincendi, e rispettivi dirigenti.

No all’aumento
L’adeguamento non opera per i lavoratori peri quali viene meno il titolo abilitante allo svolgimento della specifica attività lavorativa per il raggiungimento di tale limite di età, quali, ad esempio, controllore del traffico aereo, pilota, operatore radiomisure, esperto di assistenza al volo e meteo.
Servizio prolungato. Dal 2011 la finestra delle pensioni di vecchiaia e anzianità si apre con un “ritardo” di
12 mesi - ovvero 18 mesi per le pensioni il cui diritto è raggiunto con la totalizzazione - dalla maturazione dei
prescritti requisiti.

Al fine di garantire un’adeguata tutela previdenziale ed evitare soluzioni di continuità tra stipendio e pensione,
le amministrazioni e gli enti datori di lavoro mantengono in servizio i dipendenti, che cessano per limiti di età ovvero di servizio, fino alla data di decorrenza del trattamento pensionistico.

Retribuzioni ridotte
La legge 122/2010 stabilisce che, per il periodo dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2013, i trattamenti economici complessivi dei pubblici dipendenti che superano 90.000 euro sono ridotti del 5 per cento, per la parte eccedente il predetto importo e fino a 150.000 euro, e del 10 per cento per la parte eccedente 150.000 euro.
Per esplicita previsione normativa, questa riduzione non opera ai fini previdenziali (pensione e trattamento di fine servizio). Perciò le amministrazioni e gli enti datori di lavoro sono tenuti a versare i contributi sulle
intere retribuzioni virtualmente spettanti, senza tener conto delle riduzioni operate in busta paga, sia per la parte a loro carico, sia per quella a carico dei dipendenti. E questo discorso vale anche per il contributo
dovuto alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali.

fonte: ilGiornale inpdap novembre