Viaggio nella scuola, seconda parte

Altra intervista di Giuseppe Stabile, questa volta a Grazia Honegger Fresco “Premio Unicef 2008 - Dalla parte dei bambini” e sempre sul tema Scuola, pubblicata il 1 Ott 2008 sul mensile Acqua&Sapone, che vale anch'essa la pena di essere riletta.

Dopo aver raccolto le illuminanti opinioni di Giovanni Bollea, in questo secondo appuntamento abbiamo incontrato Grazia Honegger Fresco, insignita, in collaborazione con il “Segretariato Sociale RAI”, del “Premio Unicef 2008 - Dalla parte dei bambini”, con la motivazione di aver “dedicato la sua lunga vita ad aiutare i bambini ed i genitori nel difficile compito della crescita, (…) facendo della divulgazione educativa una ragione di vita”.


Secondo lei, la nostra società sa prendersi cura dei bambini?

«Molto poco, dato che siamo diventati incapaci di rapportarci con i più piccoli. Bisogna partire da una diversa conoscenza del bambino, com’è e quali sono i suoi bisogni. Dovremmo ricominciare dall’inizio, fin dal parto e dall’allattamento, per comprendere come educare i nostri figli».

Il nostro modo di vivere incide su quello che insegniamo ai ragazzi?

«Naturalmente. La difficoltà di molti adulti ad essere persone responsabili ha delle conseguenze sui bambini: ad esempio molti genitori sono in grande confusione e spesso non sanno dire no quando serve. Inoltre viviamo in modo sempre più frenetico e purtroppo già da piccini pressiamo i nostri figli per anticipare sempre i tempi. Ma lasciamoli in pace questi bambini e rispettiamo i loro tempi lunghi!».

Da dove partire per rifondare la scuola italiana?

«Anzitutto non bisogna ossessionare i bambini con la competizione, puntando invece sulla collaborazione. Se la motivazione ad imparare e ad agire viene indotta, non è autentica».

Cosa pensa del ritorno dei voti in pagella?

«Credo che tutto il sistema dei premi sia non solo negativo, ma proprio sbagliato da un punto di vista etico. In questo modo facciamo vivere il bambino in una dimensione nella quale non può dire a se stesso “sono felice di quello che faccio”, ma “devo fare questo e poi avrò il mio premio”. I bambini soffrono nel sentirsi sempre giudicati e messi in competizione: questo fa nascere molti problemi che portano anche al bullismo. È necessario cambiare completamente la scuola ed abolire tutti i voti: lo sa che in Finlandia, Paese che possiede uno dei migliori sistemi scolastici, non danno i voti fino alla terza media?»

Condivide la scelta del ritorno al maestro unico nelle scuole elementari?

«Idealmente potrebbe essere positivo. Ma cercando di essere concreti, dobbiamo tener conto che, purtroppo, nel nostro Paese la sofferenza psichica è in forte aumento e molti insegnanti ne sono vittime. Per esempio, cosa succederebbe ad una classe di bambini di sei anni se la loro unica maestra fosse, inconsapevolmente, una persona nevrotica e sadica? Oltretutto si rischierebbe di tornare alla situazione per cui ognuno ha la sua classe che sente come territorio personale, senza confrontarsi con nessuno: questa sarebbe una grande regressione culturale».

Come si può far lavorare bene gli insegnanti e salvaguardare i bambini?

«Mi auguro che, nonostante l’introduzione del maestro unico, venga preservata ed utilizzata la preziosa esperienza di collaborazione e scambio faticosamente accumulata dagli insegnanti in questi ultimi anni. Fermo restando che le cose fondamentali sono il livello di formazione e l’equilibrio interiore dei docenti. Ma attenzione, non bastano i famigerati corsi di aggiornamento! Bisogna aiutare i docenti a guardarsi dentro, per comprendere cosa succede nella loro persona ed in quella dei bambini».

Lei è stata un’allieva di Maria Montessori ed ha sempre lottato per applicare e divulgare i metodi di insegnamento che l’hanno resa famosa in tutto il mondo. Cosa resta del suo messaggio?

«Ero molto giovane quando conobbi Maria Montessori. Rimasi affascinata dalle sue bellissime conferenze e, poco più che ventenne, frequentai il suo ultimo corso tenuto a Roma, un anno prima di morire. Aveva un carattere rigoroso e severo, ma sapeva essere anche ironica. Niente a che vedere con la donna sentimentale e romantica rappresentata ultimamente nella brutta fiction televisiva su di lei. Purtroppo, soprattutto in Italia, la Montessori è ancora inascoltata. Lei fondava il lavoro sulla libera scelta, ponendo l'accento sui bisogni del bambino e sulla capacità dell'adulto di osservare e di capire questi episodi. Sul suo metodo di insegnamento c'è una grande disinformazione, ma, fortunatamente, al contrario di quello che succede nel nostro Paese, all’estero, dall’Australia all’India fino al Giappone, ci sono migliaia di scuole basate sui suoi studi».

Nel corso degli anni si sono succeduti molti ministri della Pubblica Istruzione, a volte pieni di idee e buona volontà. Eppure si ha la sensazione di una scuola prigioniera di un caos in continuo aumento …

«La struttura in sé è come un guscio vuoto, con il ministero della Pubblica Istruzione che è una macchina burocratica spaventosa. Quello che deve cambiare è il modo degli adulti di relazionarsi con i bambini. Bisogna cambiare dal basso, perché il ministro più aperto ed intelligente può al massimo limitare i danni. La sostanza è che la cosa più importante, la relazione umana, rimane un fatto individuale, di ogni genitore ed insegnante con i propri figli ed alunni. Ma ci siamo mai veramente chiesti perché ai bambini non piace andare a scuola?»

EDUCATRICE E DIVULGATRICE

Grazia Honegger Fresco nasce a Roma nel 1929. Formatasi alla scuola di Maria Montessori, ha dedicato tutta la sua vita ai bambini, attraverso l’insegnamento, la formazione e la divulgazione. è stata presidente del Centro Nascita Montessori di Roma ed è direttrice del trimestrale “Il quaderno Montessori”. Ha scritto molti saggi e manuali per l’educazione, tra i quali “Essere genitori”, “Essere nonni”, “Un bambino con noi” (Red Edizioni, anni vari), mentre nel 2007 ha pubblicato “Maria Montessori, una storia attuale” (L’Ancora del Mediterraneo). Sposata, con due figli e cinque nipoti, da molti anni vive in provincia di Varese.

IL METODO MONTESSORI

Maria Montessori (1870 – 1952), medico, pedagogista ed antropologa, iniziò la sua attività prendendosi cura di bambini con ritardo mentale. Nel 1907 fondò a Roma la prima Casa dei Bambini nella quale cominciò a mettere in pratica la sua rivoluzionaria idea di scuola senza premi e castighi che la renderà presto famosa in tutto il mondo. Costretta ad abbandonare l’Italia nel 1934 per insormontabili divergenze con il regime fascista, fu accolta in molte Nazioni desiderose di approfondire e mettere in pratica, fino ai giorni nostri, i suoi insegnamenti, così come illustrati in molti suoi libri. Morì in Olanda il 6 maggio 1952.

Di seguito evidenziamo in modo sommario alcuni elementi che contraddistinguono il “Metodo Montessori”.

• La classe è un ambiente organizzato con varie attività e materiali che i bambini scelgono liberamente

• L’insegnamento avviene sia individualmente che in piccoli gruppi

• Le classi sono formate da studenti di età diverse

• Tutta l’attività è basata sulla libera collaborazione

• Non ci sono voti, premi o test

• Nello spazio di libertà lasciato agli allievi ci sono poche, chiare e ferme regole di convivenza.

Viaggio nella scuola, prima parte

Intervista a Giovanni Bollea, padre della neuropsichiatria infantile, fatta da Giuseppe Stabile e pubblicata il 1 Set 2008 sul mensile Acqua&Sapone che vale la pena di essere riletta.

Le vacanze se ne vanno e la scuola ritorna ma, purtroppo, tanti problemi restano: noi di Acqua&Sapone vogliamo dare il nostro contributo per approfondire la tematica dell’educazione, argomento che riguarda tutti, non solo i più giovani e le loro famiglie, incidendo profondamente sul futuro del Paese. Racconteremo esperienze ed incontreremo esperti, ben sapendo che, seppur siano in molti ad affannarsi nel dare ricette e nel proporre riforme, resta vero quello che scrisse il grande Don Milani (1923 – 1967):

“Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio a averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma come bisogna essere per far scuola… “.
Il nostro primo incontro è con Giovanni Bollea, il padre della Neuropsichiatria Infantile, un uomo straordinario che, con coerenza e concretezza, ha dedicato tutta la sua vita ai bambini ed ai ragazzi.

Professor Bollea, cosa dovrebbe dare la scuola ai nostri figli?

«Il bambino ha bisogno solo di Amore e, dunque, anche lo Stato, ed in particolare la scuola, dovrebbe essere capace di amare i figli degli italiani. Il sistema scolastico deve sentire e concretizzare questo dovere, adattandosi continuamente alle esigenze sempre mutevoli della società nella quale viviamo. La scuola dovrebbe essere profondamente comprensiva dei bisogni dei più giovani nelle varie fasi della loro vita. Ad esempio, l’adolescenza non è solo un lungo periodo di transizione, ma è la preparazione della maturazione di un individuo».

Com’è la nostra scuola?

«Oggi la scuola sembra dare molta cultura agli studenti, ma in realtà non forma la persona. Invece è necessario insegnare ai ragazzi ad amare se stessi e gli altri, preparandosi per essere utili a chi è nel bisogno. Ad un bambino bisogna insegnare ad essere un rivoluzionario, nel senso di cercare sempre il bene maggiore da donare agli altri per migliorarne l’esistenza. Lo scopo della vita non può essere accumulare denaro, ma creare rapporti d’amore. Noi invece insegniamo ai bambini a diventare degli impiegati che devono ricevere uno stipendio! Oggi, piuttosto di aiutare i ragazzi ad esprimere la loro creatività in uno spirito di servizio, ci limitiamo ad istruirli per raggiungere titoli che gli permettano di guadagnare denaro. Invece di formare persone e cittadini che pensano a se ed agli altri, oggi trasmettiamo un unico valore: il denaro».

Quale dovrebbe essere il ruolo dei genitori?

«I genitori devono partecipare attivamente alla formazione dei loro figli. I bambini ed i ragazzi hanno bisogno di essere aiutati dalle famiglie e dalla scuola a maturare come uomini, come donne e come cittadini. Il padre e la madre non devono mai delegare alla scuola perché sono loro i principali formatori dei loro ragazzi; l’importanza della vita sociale ed il significato della scuola provengono dai genitori. È assurdo far studiare i propri figli per il voto! Dobbiamo invece educare un giovane ad essere una persona matura che sappia amare ed esprimersi creativamente in un’attività lavorativa che sia utile a chi è più debole».

Come dovrebbe essere il rapporto tra scuola e società?

«La scuola deve avere il sapore della società, perché ha l’enorme responsabilità di dover sfornare delle persone e dei cittadini. Secondo me, già a sedici anni i giovani dovrebbero essere coinvolti anche nella vita politica e sociale. Un adolescente deve sentirsi subito in grado ed in dovere di dare il suo contributo alla collettività, senza essere abituato a pensare solo al suo tornaconto personale in questa mentalità egoistica che oggi prevale.
Contemporaneamente, un adolescente deve poter ascoltare nelle aule scolastiche degli esperti e dei professionisti della vita di tutti i giorni, come direttori di banche o architetti o altro. Non si possono trascorrere anni ed anni solo ad accumulare nozioni senza avere una motivazione profonda allo sforzo formativo».

Da dove iniziare a cambiare le cose?

«La scuola dovrebbe essere completamente diversa e ci vorrebbe una vera rivoluzione già dalle elementari. Ma uscire da questa situazione è molto complicato. Dovremmo partire da una formazione profonda degli insegnanti che oltretutto dovrebbero vivere in prima persona i valori da trasmettere».

IL LUOGO DEI VALORI

La scuola deve ritornare ad essere il luogo dove, anche attraverso la disciplina, si trasmettono i valori del merito, della solidarietà, della responsabilità, del “ben fare” e della fiducia nel futuro, sottraendo i ragazzi agli effetti perversi della pubblicità. Per questo, ho intenzione di proporre al governo un intervento legislativo che introduca, a partire dalla quinta elementare, due ore settimanali, in cui genitori e figli insieme vengano istruiti ad una fruizione razionale e costruttiva delle reti telematiche, per evitare che si trasformino in strumenti di violenza, depravazione sessuale e alienazione.

Giovanni Bollea - Il Messaggero 4 agosto 2008

TORNA IL 7 IN CONDOTTA

Dopo esser stato lo spauracchio di intere generazioni di studenti, 10 anni fa era stato abolito il “voto in condotta”, compreso quel 7 che voleva dire bocciatura. Con l'anno scolastico 2008-2009 è tornato con il nome di “Valutazione del comportamento”. La sostanza comunque non cambia: il giudizio sul comportamento dello studente a scuola sarà dato dal Consiglio di Classe e potrà comportare anche la bocciatura. In particolare saranno puniti gli atti di bullismo o di esibizionismo, come i video messi su You-Tube.

Le ragioni per cui l'italia non è un Paese che fa largo ai Giovani

Un' interessante inchiesta pubblicata sul mensile online "acquaesapone" che analizza le cause, che coinvolgono anche noi, per cui per un giovane vivere in Italia è difficoltoso.

Chiamiamoli non più anziani, ma sempreverdi. La vita si allunga e, per gli italiani, gli anni dei capelli grigi non rappresentano più un incubo. Secondo il rapporto Censis Salute, l’85,8% degli intervistati over 60, ovvero di chi ha varcato la soglia di quella che una volta si definiva terza età, giudica positivamente la propria condizione: fanno ciò che vogliono, si sentono gratificati e contenti di ciò che hanno. Meno del 15% ritiene noiosa o troppo piena di guai la loro vita e, tra ciò che si desidererebbe fare, al primo posto figura l’attività fisica (49,2%), avere maggiori amicizie e rapporti con gli altri (45,3), dedicarsi ad un hobby o viaggiare. Anche per gli studiosi, la terza età non è più un periodo di decadimento, ma una fase dello sviluppo dell’individuo che, come le altre, si accompagna a processi di cambiamento, ma non risulta necessariamente peggiorativa. Dai dati Istat 2007, poi, si apprende che la speranza di vita nel nostro paese è attualmente di 77,7 anni per gli uomini e 83,7 per le donne e recentemente, da studi dell’Istituto Nazionale di Statistica, è scaturito che un nostro neonato su due ha fondate speranze di arrivare a spegnere cento candeline in buona salute.

Culle vuote e nonni al potere

Tutto bene, pare, ma abbiamo appena accostato i termini “Italia” e “neonati”: e qui i sorrisi cominciano a spegnersi. Perché il nostro, assieme al Giappone, è notoriamente quello con la popolazione più anziana e dove il tasso di natalità, con un numero medio di 1,2 figli per donna, rimane tra i più bassi in Europa (media 1,4) e nel mondo (media 2,8). Senza contare che una grossa mano alla cicogna lo danno i nuovi italiani figli di immigrati. Solo la Spagna nella UE ha un indice inferiore (1,1), mentre all’estremo opposto c’è l’Irlanda, con una media quasi doppia (2,0).
Culle vuote, dunque, ma il nostro è anche il Paese della gerontocrazia, con una classe dirigente tra le più vecchie d’Europa. In seguito ai rivolgimenti economici degli ultimi tempi, sono proprio coloro “che hanno intorno a trent’anni” ad aver pagato il prezzo maggiore alla crisi: sono stati i primi, affacciandosi al mondo del lavoro in concomitanza dell’entrata in vigore dell’euro, a vedere dimezzato il potere d’acquisto del proprio salario; sono loro ad aver sperimentato per primi le incognite del precariato, e, fa sapere l’ISTAT, in seguito all’attuale congiuntura economica hanno perso il lavoro quattro volte in più rispetto ai loro genitori. Una generazione compressa tra l’aumento della disoccupazione generato dalla crisi mondiale e la mentalità con cui è stata formata: quella, per intenderci, del posto fisso e delle mansioni canoniche.
La trentenne che cerca il lavoro da segretaria, o da operaia, commessa, insegnante, avrà sempre più difficoltà ad essere inquadrata “a tempo indeterminato” e dovrà probabilmente cambiare spesso occupazione. Sicuramente meglio si troverà invece la trentenne che cercherà di capire di cosa davvero il mondo del lavoro ha bisogno, cercando di diventare imprenditrice di se stessa, senza attendere troppo aiuti “istituzionali”.

L’Italia “regala” i giovani

L’emigrazione attuale non è più fatta di braccia, ma di cervelli, di teste cinte dal lauro accademico: emigrano in decine di migliaia l’anno, regalando ad altri Paesi una ricchezza che l’Italia costringe a portare altrove. Il nostro non è un Paese per giovani, ha sintetizzato Confindustria parafrasando la metafora del film dei fratelli Coen, in uno studio realizzato, mettendo in fila una serie di numeri, profili e previsioni sul mondo giovanile e l’istruzione. Qualche dato? Si calcola che il sistema Italia abbia speso oltre un miliardo di euro per l’istruzione di 11.700 giovani professionisti che ora lavorano (e producono) oltre confine. L’importo è stato quantificato dal blog “La fuga dei talenti”, incrociando gli ultimi dati Ocse (riferiti al 2006) sulla spesa per l’istruzione in Italia e il Rapporto sulla situazione sociale nel Paese del Censis, riferito allo stesso anno. L’istruzione di ciascun giovane italiano dalla scuola primaria fino all’Università costa infatti, secondo l’Ocse, oltre 100.000 euro. Se la moltiplichiamo per il numero dei giovani espatriati solo nel 2007 (almeno 11.700), tale esodo costa all’Italia oltre 1 miliardo e 170 milioni di euro investiti per la loro formazione, senza contare quello che non producono per noi. I neolaureati mettono le loro capacità al servizio di aziende e istituzioni straniere, che le investono in attività produttive e beneficiano dei loro frutti economici, e si tratta di fatto di un investimento “regalato” dall’Italia, dovuto in buona misura all’assenza di meritocrazia e alla poca partecipazione attiva degli under 40 nei processi decisionali del nostro Paese. Il processo non è certo controbilanciato dall’afflusso di “cervelli” stranieri nella penisola: come ha documentato la recente ricerca della Fondazione Rodolfo De Benedetti, in Italia - per ogni cento laureati nazionali - ce ne sono 2,3 stranieri contro una media UE di 10,45.

Una scuola di serie B

Ancora in tema di istruzione, i dati offerti da Confindustria non sono affatto incoraggianti. Il nostro sistema non riesce a raggiungere affatto i parametri europei fissati a Lisbona: i giovani che lasciano gli studi prematuramente (dopo l’istruzione di primo grado) sono il 19,8% contro l’obiettivo posto del 10%; il tasso di istruzione superiore è solo del 76% contro il traguardo dell’85%, i giovani italiani entrano nel mercato del lavoro mediamente tre anni dopo i colleghi europei e la nostra classe insegnante è la più vecchia d’Europa: un solo insegnante su cento (!) ha meno di trent’anni; in compenso, si fa per dire, l’età media dei ricercatori è ben oltre i 40. Abbiamo un quarto di borse di studio rispetto alla Francia e spendiamo per il diritto allo studio la metà della media UE. L’età media dei membri dei Consigli d’Amministrazione delle banche è di 15 anni superiore alla media continentale e, da un'analisi condotta sulla banca dati del Who's who (il database dei top manager pubblici e privati), risulta negli ultimi vent’anni un sensibile aumento dell'età dei dirigenti industriali italiani: si è passati da una media di 56,8 anni a una di quasi 61 (60,8 anni).

Che fare?

La ricetta di Confindustria

«Dobbiamo restituire il futuro ai nostri giovani», ha dichiarato il Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia nell’illustrare 4 proposte che sono state presentate al vaglio del Governo. Al primo punto figura l'abolizione del valore legale dei titoli di studio; seguono la flexicurity alla danese, (non è una parolaccia, significa che il giovane ha diritto a una formazione continua e parallela in cambio di obblighi progressivi di accettazione delle proposte di lavoro): la Danimarca ha introdotto questo sistema nel 1994 e da allora la disoccupazione giovanile si è ridotta dal 30% al 12,5%, la più bassa in Europa. Poi un piano di patrimonializzazione giovanile per permettere il proseguimento degli studi anche a chi parte da posizioni sociali svantaggiate e il compimento della riforma degli Istituti tecnici. Le proposte verranno presentate anche al Governo per trovare sbocco legislativo. «L'obiettivo - spiega la Marcegaglia - è fare di tutto perché i giovani non siano più i grandi esclusi di questo Paese».

Libere professioni

Buio pesto anche nelle libere professioni. Il giornalismo, la medicina, l'avvocatura e il notariato hanno tempi di accesso lunghissimi; per di più stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o sotto-occupazione si susseguono senza soluzione di continuità fino a oltre 40 anni. Qualche esempio: l'età media dei praticanti giornalisti è di 36 anni; i medici sotto i 35 anni sono poco meno del 12%, mentre i 35-39enni, rispetto a 11 anni fa, sono diminuiti del 13,8%. Gli avvocati, pur iscritti all'albo, sono a loro volta costretti per anni e anni a un ruolo umiliante di passacarte, e tra i notai due su dieci sono figli d'arte.

Giovani senza lavoro: ma dipende sempre dagli altri?

In Germania all’età di 18 anni la quasi totalità dei giovani esce dalla famiglia: per studiare lontani, mantenendosi spesso con piccoli lavori, o iniziare un’esperienza lavorativa. Certo la famiglia è sempre un paracadute pronto a salvarli dai fallimenti, ma i ragazzi che “tornano” a casa sono una percentuale bassissima. Stessa cosa negli Usa, in Gran Bretagna, in Francia, ecc... Lo sanno bene anche tutti i giovani italiani che hanno vissuto per un periodo all’estero, dove certo non affrontavano la vita con la passività che magari avevano in Italia.
è vero che il sistema italiano è meno meritocratico, più nepotista, più governato dai “vecchi”, ma quanta energia, quanta creatività dedicano i ragazzi italiani alla ricerca del lavoro? Quanto sono disposti a rischiare? Quanto davvero conoscono le proprie potenzialità?

Stipendio più basso

Lavori meno qualificanti, minori possibilità di emergere, retribuzioni più basse: se nel 2003 il guadagno medio lordo di un giovane d'età compresa tra i 24 e i 30 anni - si legge nel rapporto del Forum Nazionale dei Giovani e del Cnel in collaborazione con Unicredit Group - era di 20.252 euro, rispetto ai 25.032 euro percepiti dagli over50, nel 2007 il divario si è significativamente ampliato: a fronte dei 22.121 euro corrisposti agli under30, i 51-60enni hanno percepito una retribuzione media lorda di 29.976 euro.

Politica

I neoparlamentari hanno un'età media di 51 anni. Dal 1992 a oggi i deputati under35 non hanno mai raggiunto la soglia del 10% degli eletti, fatta eccezione per la XII° Legislatura nella quale costituivano il 12,4%. Tra i partiti la Lega Nord, unica eccezione, presenta un 20,1% di eletti tra gli over35 contro l'11,4% tra i 25-35enni; per gli altri partiti la percentuale di eletti in età matura è quasi il triplo (47,4%). E quindi i giovani sino ai 25 anni, che costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, hanno una rappresentanza pari solo a un terzo dell'incidenza effettiva sugli elettori.

Sotto i 35 anni, 1 su 2 è precario

Oltre un collaboratore su due con meno di 35 anni è precario: secondo l'Istat, il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 erano assunti con un contratto di collaborazione, dopo un anno erano ancora nella medesima posizione. Ovviamente, chi lavora per 10 anni a progetto, come collaboratore o a tempo determinato, ogni volta è costretto a ricominciare dalla base della piramide, rimanendo escluso dalle posizioni di vertice.

Vecchi prof

Il mondo accademico somiglia sempre più ad un ospizio: tra i professori ordinari l'età media è di 59 anni. Nel dettaglio, la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su 100 (7,6%) hanno compiuto i 70 anni. Non va meglio per le fasce più basse: l'età media dei professori associati è di 52 anni e quella dei ricercatori è di 45. Solo il 3,4% di chi ottiene un dottorato di ricerca, infine, ha meno di 28 anni.

di Maurizio Targa

carta igienica

Una storia tenera e drammatica, come è tutto ciò che capita nelle scuole di questo nostro Bel Paese.

In alcune classi, dove ci sono alunni da pochi giorni nel nostro paese, la comunicazione è quasi impossibile per la distanza della lingua. Mi sono servito spesso del traduttore di google per un primo approccio e il sorriso amichevole di chi comprende l’ho visto disegnarsi sul loro volto. È bellissimo.
Peccato che il collegamento nella scuola è abusivo, o meglio è un wifi non criptato. Quando riuscirò a scoprire il proprietario lo ringrazierò per il prezioso servigio fornito alla scuola.

Abbiamo provato all’inizio dell’anno scolastico a diffondere la copertura wifi nella scuola per attivare lezioni multimediali, come la famosa lavagna interattiva del Ministero della Pubblica Istruzione, che altro non è, se non un proiettore, uno schermo pilotato da un computer. La risposta è la solita: non ci sono fondi. Per il progetto “copertura wifi” non sarebbero servite grosse cifre.

Questa mattina hanno bussato alla porta durante la lezione. Era il bidello, informava gli alunni che abbiamo esaurito la carta igienica…
…e io volevo il wifi…
Gabriele Sozzani lunedì 25 gennaio 2010
link:
http://gabrielesozzani.blogspot.com/2010/01/carta-igienica.html