Cosa sono le Casse di previdenza, (INPS, ecc.)?

Un interessante articolo per capire i vari organismi che gestiscono la previdenza in Italia.

Quando si parla di casse di previdenza ci si riferisce a quegli enti che come principale attività esercitano quella relativa alla riscossione e gestione dei contributi previdenziali e assistenziali dei loro iscritti.
Sotto il profilo previdenziale le casse provvedono alla corresponsione delle pensioni mentre dal lato assistenziale si occupano del pagamento delle prestazioni aggiuntive finalizzate a sostenere il reddito dei loro iscritti (come gli assegni familiari, gli assegni di disoccupazione, gli assegni comunali per la maternità e così via) e delle prestazioni di natura prettamente assistenziale (come la copertura sanitaria degli iscritti e dei loro familiari).
Poiché l’iscrizione ad un ente previdenziale è obbligatoria, con il passare del tempo, sono nate delle casse per molte professioni.
Per chi svolge una professione non rappresentata da una “cassa” autonoma è previsto l’obbligo di iscrizione presso l’INPS per quanto riguarda il profilo previdenziale.

INPS
L'INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) si definisce come il più grande ente previdenziale italiano.
Sono assicurati all'INPS la maggior parte dei lavoratori dipendenti del settore privato e alcuni del settore pubblico e la maggior parte dei lavoratori autonomi.
L'attività principale dell'Inps consiste nella liquidazione e nel pagamento delle pensioni che sono di natura previdenziale e di natura assistenziale.
Come chiarisce lo stesso istituto l'INPS non si occupa solo di pensioni, ma provvede anche ai pagamenti di tutte le prestazioni a sostegno del reddito quali, ad esempio, la disoccupazione, la malattia, la maternità, la cassa integrazione, il trattamento di fine rapporto. L’INPS eroga inoltre le prestazioni che agevolano coloro che hanno redditi modesti e famiglie numerose: l'assegno per il nucleo familiare, gli assegni di sostegno per la maternità e per i nuclei familiari concessi dai Comuni.
L' Istituto Nazionale della Previdenza Sociale è in grado di fare fronte a tutte le sue prestazioni tramite il prelievo dei contributi e si occupa:

- dell'iscrizione delle aziende;

- dell'apertura del conto assicurativo dei lavoratori dipendenti ed autonomi;

- della denuncia del rapporto di lavoro domestico;

- del rilascio dell'estratto conto assicurativo e certificativo;

fanno anche parte dell'attività dell'Istituto le visite mediche per l'accertamento dell'invalidità e dell'inabilità;

- le visite mediche per le cure termali;

- l'emissione dei modelli di certificazione fiscale.

I compiti delle casse di previdenza
Oltre l'Inps esistono anche casse di previdenza specifiche per alcune categorie professionali e per lavoratori autonomi che ad esse fanno riferimento.

Tra le più importanti:

- la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense

- la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Dottori Commercialisti

- la Cassa Nazionale di Previdenza dei Ragionieri

- la Cassa Geometri

- l'Inarcassa (Cassa Nazionale Previdenza e Assistenza Ingegneri ed Architetti)

- l'Enpapi (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della professione infermieristica)

- l'EPAP ovvero l’Ente di previdenza e assistenza pluricategoriale (Attuari, dei Chimici , dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali, dei Geologi)

- la CASAGIT: Cassa Autonoma di Assistenza Integrativa dei Giornalisti Italiani

- l'INPGI - Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani

I compiti delle casse di previdenza sono principalmente quelli relativi alla riscossione e gestione dei contributi previdenziali e assistenziali degli iscritti, ma non si limitano a questi. Infatti tra le attività delle casse possono essere ricomprese, sebbene l’attività svolta cambi da ente ad ente, la corresponsione di provvidenze straordinarie e di indennità di maternità, nonché la concessione di mutui. Tra gli altri compiti anche alcuni strettamente amministrativi, ma non meno importanti, come le ricongiunzioni contributive, i rimborsi e gli sgravi per contributi non dovuti, la consegna di atti e documenti, il rilascio di certificati e la rettifica di dati anagrafici, contributivi e reddituali.

fonte. Borsa Italiana

Il Sistema Contributivo e il Sistema Retributivo

I sistemi pensionistici più diffusi sono principalmente di due tipi: il sistema contributivo e il sistema retributivo. Molto spesso, però, viene adottato un sistema misto che accoglie alcune caratteristiche di entrambi e le integra per ottenere il massimo dei vantaggi e dell’efficienza.

Il sistema pensionistico contributivo si basa sulla somma dei contributi versati dai lavoratori durante l’intera vita assicurativa. Alla somma dei contributi versati all’ente previdenziale di riferimento vengono apportate in un secondo momento diverse modifiche per evitare delle distorsioni.

Per esempio i contributi vengono rivalutati generalmente ogni anno in base all’andamento del Pil (Prodotto interno lordo) in modo da bilanciare l’inflazione che altrimenti ne logorerebbe il potere di acquisto. Oltre a questa “indicizzazione”, le somme versate dal lavoratore sono ricalcolate spesso sulla base di coefficienti specifici di aggiustamento che calibrano sui vari soggetti le prestazioni previdenziali. Uno dei fattori sui quali vengono ricalcolati i contributi è, per esempio, quello dell’età del soggetto al momento del pensionamento: chi va in pensione più tardi otterrà, infatti, un coefficiente più generoso e dunque erogazioni più sostanziose di chi è andato in pensione prima.

Il sistema retributivo adotta invece un altro criterio, ossia quello del pagamento di una percentuale degli ultimi redditi percepiti. Esistono per varie categorie e fasce diverse percentuali sulle ultime buste paga sulle quali gli enti previdenziali debbono fare i propri calcoli. Una determinata categoria professionale può avere, per esempio, il diritto di ricevere una pensione pari almeno al 75% dell’ultimo reddito percepito. Questa somma viene dunque corretta con coefficienti specifici e aggiornata sulla base dell’inflazione e del Pil come nel caso delle pensioni calcolate con il sistema contributivo.

Come detto nella maggior parte dei casi viene adottato un sistema pensionistico misto che garantisce una percentuale sull’ultimo reddito percepito ricalibrando la somma sull’ammontare dei contributi versati. A tale calcolo si aggiungono poi gli aggiustamenti già visti per gli altri due sistemi.

fonte: Borsa italiana

Pensioni: Sacconi, meglio agganciarle ad aspettative di vita che alzarle a 67 anni

"Non dimentichiamo che c'e' stato da poco in Italia un intervento sull'eta' pensionabile che, a regime, puo' rivelarsi anche piu' robusto" di quello ipotizzato ora in Spagna. Lo afferma il titolare del Lavoro, Maurizio Scconi, a margine del Consiglio informale Ue dei ministri del Welfare a Barcellona, commentando la proposta del governo di Madrid di alzare a 67 anni l'eta' pensionabile. In questa occasione il ministro sottolinea l'importanza della misura introdotta dall'esecutivo italiano che prevede l'aggancio automatico dell'eta' di pensione all'aspettativa di vita a partire dal 2015 ma cominciando il calcolo gia' nel 2010.


fonte: Adnkronos

Montezemolo: puntare su Scuola e formazione per battere la crisi

L'Italia e' sempre piu' povera, ed e' ormai "agli ultimi posti in Europa per reddito pro-capite". Dal 2000 ad oggi "il nostro Paese si e' impoverito" al punto che oggi "e' avanti solo a Cipro e alla Grecia". Per questo deve puntare "sulla formazione, la responsabilita' e la professionalita' delle persone, a partire dalla scuola, fin dalle elementari". Dunque serve "rivalutare il ruolo fondamentale del maestro e della maestra che, devono essere adeguatamente pagati, ma motivati e preparati". Dalla scuola, infatti, "comincia la formazione dei nostri futuri professionisti". Lo ha detto il presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo, intervenuto oggi a Roma, al convegno nazionale dell'Associazione italiana medici cattolici (Amci) dal titolo: "Caritas in veritate: voce profetica per una medicina dell'accoglienza".

fonte: Adnkronos

Pensione anticipata per tutti, tranne gli insegnanti

Il Decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 all'art. 72 (Personale dipendente prossimo al compimento dei limiti di età per il collocamento a riposo) cita espressamente la non applicabilità al personale della Scuola. PERCHE'?

1. Per gli anni 2009, 2010 e 2011 il personale in servizio presso le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, le Agenzie fiscali, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, gli Enti pubblici non economici, le Università, le Istituzioni ed Enti di ricerca nonche' gli enti di cui all'articolo 70, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, può chiedere di essere esonerato dal servizio nel corso del quinquennio antecedente la data di maturazione della anzianità massima contributiva di 40 anni. La richiesta di esonero dal servizio deve essere presentata dai soggetti interessati, improrogabilmente, entro il 1° marzo di ciascun anno a condizione che entro l'anno solare raggiungano il requisito minimo di anzianità contributivo richiesto e non e' revocabile. La disposizione non si applica al personale della Scuola.

2. E' data facoltà all'amministrazione, in base alle proprie esigenze funzionali, di accogliere la richiesta dando priorità al personale interessato da processi di riorganizzazione della rete centrale e periferica o di razionalizzazione o appartenente a qualifiche di personale per le quali e' prevista una riduzione di organico.

3. Durante il periodo di esonero dal servizio al dipendente spetta un trattamento temporaneo pari al cinquanta per cento di quello complessivamente goduto, per competenze fisse ed accessorie, al momento del collocamento nella nuova posizione. Ove durante tale periodo il dipendente svolga in modo continuativo ed esclusivo attività di volontariato, opportunamente documentata e certificata, presso organizzazioni non lucrative di utilità sociale, associazioni di promozione sociale, organizzazioni non governative che operano nel campo della cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, ed altri soggetti da individuare con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze da emanarsi entro novanta giorni dall'entrata in vigore del presente decreto, la misura del predetto trattamento economico temporaneo e' elevata dal cinquanta al settanta per cento. Fino al collocamento a riposo del personale in posizione di esonero gli importi del trattamento economico posti a carico dei fondi unici di amministrazione non possono essere utilizzati per nuove finalità.

4. All'atto del collocamento a riposo per raggiunti limiti di età il dipendente ha diritto al trattamento di quiescenza e previdenza che sarebbe spettato se fosse rimasto in servizio.

5. Il trattamento economico temporaneo spettante durante il periodo di esonero dal servizio e' cumulabile con altri redditi derivanti da prestazioni lavorative rese dal dipendente come lavoratore autonomo o per collaborazioni e consulenze con soggetti diversi dalle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 o società e consorzi dalle stesse partecipati. In ogni caso non e' consentito l'esercizio di prestazioni lavorative da cui possa derivare un pregiudizio all'amministrazione di appartenenza.

6. Le amministrazioni di appartenenza, in relazione alle economie effettivamente derivanti dal collocamento in posizione di esonero dal servizio, certificate dai competenti organi di controllo, possono procedere, previa autorizzazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica e del Ministero dell'economia e delle finanze ad assunzioni di personale in via anticipata rispetto a quelle consentite dalla normativa vigente per l'anno di cessazione dal servizio per limiti di età del dipendente collocato in posizione di esonero. Tali assunzioni vengono scomputate da quelle consentite in tale anno.

7. All'articolo 16 comma 1 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, e successive modificazioni, dopo il primo periodo sono aggiunti i seguenti: «In tal caso e' data facoltà all'amministrazione, in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali, di accogliere la richiesta in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti ed in funzione dell'efficiente andamento dei servizi. La domanda di trattenimento va presentata all'amministrazione di appartenenza dai ventiquattro ai dodici mesi precedenti il compimento del limite di età per il collocamento a riposo previsto dal proprio ordinamento.»

8. Sono fatti salvi i trattenimenti in servizio in essere alla data di entrata in vigore della presente legge e quelli già disposti con decorrenza anteriore al 31 dicembre 2008.

9. Le amministrazioni di cui al comma 7 riconsiderano, con provvedimento motivato, tenuto conto di quanto ivi previsto, i provvedimenti di trattenimento in servizio già adottati con decorrenza dal 1° gennaio al 31 dicembre 2009.

10. I trattenimenti in servizio già autorizzati con effetto a decorrere dal 1° gennaio 2010 decadono ed i dipendenti interessati al trattenimento sono tenuti a presentare una nuova istanza nei termini di cui al comma 7.

11. Nel caso di compimento dell'anzianità massima contributiva di 40 anni del personale dipendente, le pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 possono risolvere, fermo restando quanto previsto dalla disciplina vigente in materia di decorrenze dei trattamenti pensionistici, il rapporto lavoro con un preavviso di sei mesi. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sentiti i Ministri dell'interno e della difesa sono definiti gli specifici criteri e le modalità applicative dei principi della disposizione di cui al presente comma relativamente al personale dei comparti sicurezza e difesa, tenendo conto delle rispettive peculiarità ordinamentali. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano a magistrati e professori universitari.

Offerte di Trenitalia per il Turismo Scolastico

School Group Italy è un’interessante agevolazione di Trenitalia per insegnanti e studenti che vogliono intraprendere insieme un viaggio di istruzione in Italia o all’estero nel periodo 1° Settembre 2009 al 30 Giugno 2010.
E' rivolto a gruppi scolastici di almeno 10 studenti paganti, frequentanti scuole di ogni ordine e grado, corsi di laurea, corsi post laurea e master universitari, Università della terza età e Università popolari situate anche all'estero, che ne facciano richiesta presso biglietterie, centri comitive e agenzie di viaggio.

Sul sito di Trenitalia - School Group Italy - tutte le informazioni necessarie.

Agevolazioni per l'ingresso nei musei, monumenti, gallerie ed aree archeologiche dello Stato

Direttamente presso le biglietterie delle sedi espositive, tramite esibizione di un documento attestante una delle seguenti condizioni:

• ai cittadini dell'Unione Europea, sotto i 18 ed oltre i 65 anni;

• ai cittadini di Paesi non comunitari a "condizione di reciprocità" (i minori di 12 anni devono essere accompagnati);

• alle guide turistiche dell'Unione europea nell'esercizio della propria attività professionale, mediante esibizione di valida licenza rilasciata dalla competente autorità;

• agli interpreti turistici dell'Unione europea quando occorra la loro opera a fianco della guida, mediante esibizione di valida licenza rilasciata dalla competente autorità;

• al personale del Ministero;

• ai membri dell'I.C.O.M. (International Council of Museums);

a gruppi o comitive di studenti delle scuole pubbliche e private dell'Unione Europea, accompagnati dai loro insegnanti, previa prenotazione e nel contingente stabilito dal capo dell'istituto;

• agli allievi dei corsi di alta formazione delle Scuole del Ministero (Istituto Centrale per il Restauro, Opificio delle Pietre Dure, Scuola per il Restauro del Mosaico);

ai docenti ed agli studenti iscritti alle accademie di belle arti o a corrispondenti istituti dell'Unione Europea, mediante esibizione del certificato di iscrizione per l'anno accademico in corso;

ai docenti ed agli studenti dei corsi di laurea, laurea specialistica o perfezionamento post-universitario e dottorati di ricerca delle seguenti facoltà:
architettura, conservazione dei beni culturali, scienze della formazione o lettere e filosofia con indirizzo archeologico o storico-artistico.

Le medesime agevolazioni sono consentite a docenti e studenti di facoltà o corsi corrispondenti, istituiti negli Stati dell'Unione Europea. L'ingresso gratuito è consentito agli studenti mediante esibizione del certificato di iscrizione per l'anno accademico in corso, ai docenti mediante esibizione di idoneo documento;

ai docenti di storia dell'arte di istituti liceali, mediante esibizione di idoneo documento;

• ai giornalisti in regola con il pagamento delle quote associative, mediante esibizione di idoneo documento comprovante l'attività professionale svolta;

• ai cittadini dell'Unione Europea portatori di handicap e ad un loro familiare o ad altro accompagnatore che dimostri la propria appartenenza a servizi di assistenza socio-sanitaria;

• per motivi di studio, ricerca attestate da Istituzioni scolastiche o universitarie, da accademie, da istituti di ricerca e di cultura italiani o stranieri, nonchè da organi del Ministero, ovvero per particolari e motivate esigenze i Capi degli Istituti possono consentire l'ingresso gratuito nelle sedi espositive di propria competenza e per periodi determinati a coloro che ne facciano richiesta;

Mediante rilascio di tessera individuale, di durata annuale con fotografia richiesta alla Direzione Generale per i beni architettonici, storico artistici ed etnoantropologici per ragioni di studio e di ricerca ovvero per particolari e motivate esigenze:

• agli operatori delle associazioni di volontariato che operano mediante convenzioni presso le sedi periferiche del Ministero;

• agli Ispettori e Conservatori onorari del Ministero;

• ai Militari del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale;

• ai membri dell'I.C.C.R.O.M.;

• agli artisti pittori e scultori;

• agli studiosi italiani e stranieri di materie pertinenti lo studio di beni culturali mediante attestazione rilasciata dall'Unione Internazionale degli Istituti di archeologia, storia e storia dell'arte di Roma;

Ingresso Libero

E' consentito l'ingresso libero in occasione di particolari avvenimenti, quali ad esempio, la "Settimana per la Cultura", le "Giornate Europeee del Patrimonio" sia in ambito nazionale che locale, resi noti attraverso gli organi di stampa o i media.

Ingresso Agevolato

Il biglietto è ridotto del 50% ai cittadini dell'Unione europea di età compresa tra i 18 e i 25 anni e ai docenti delle scuole statali con incarico a tempo indeterminato. Le medesime agevolazioni si applicano ai cittadini di Paesi non comunitari "a condizione di reciprocità".

Alcune mostre temporanee, allestite nei luoghi della cultura, possono avere un costo aggiuntivo rispetto al biglietto d’ingresso anche per i visitatori esenti.

I musei, monumenti, gallerie ed aree archeologiche delle regioni Sicilia, Valle d'Aosta, delle province Autonome di Trento e Bolzano nonché di proprietà di enti locali e privati sono gestiti autonomamente, con modalità di accesso diverse da quelle statali.

fonte: Urpinsieme

Agevolazioni per i Docenti proposte dalla Texas Instruments

Un’interessante serie di programmi proposti dalla Texas Instruments rivolti ai docenti di ogni ordine e grado utili per l’attività didattica

- Programma di Prestito
Un progetto unico! 4 settimane per scoprire, provare e valutare gratuitamente le calcolatrici grafiche e i sistemi di acquisizione on-line Texas Instruments.

- Programma di Incentivazione all'Acquisto
Adotta le calcolatrici grafiche e ricevi gratuitamente materiali didattici per te e la scuola

- Prezzi speciali per Scuole e Universita'
Attraverso i Distributori Scolastici Texas Instruments potete usufruire di prezzi speciali e pacchetti scuola specificatamente studiati.

- Corsi di Aggiornamento
Per meglio conoscere le tecnologie portatili gli insegnanti possono richiedere gratuitamente corsi di aggiornamento e approfondimento

- Unita' didattiche ed approfondimenti
Un sito education per mettere a disposizione degli insegnanti uno spazio di approfondimento sulle tecnologie portatili e fornire materiali e unita' didattiche pronte per l'insegnamento

L’INDAGINE OCSE - TALIS FOTOGRAFA IL SISTEMA SCOLASTICO INTERNAZIONALE

Tre docenti su quattro lamentano la mancanza di incentivi economici e di progressione di carriera che migliorerebbe la qualità del loro insegnamento. E’ questo uno dei dati più significativi emerso dalla ricerca OCSE-TALIS presentata il 17 giugno nel palazzo di Viale Trastevere, alla presenza del ministro Mariastella Gelmini e dei più autorevoli rappresentanti dell’OCSE (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione internazionale).

L'Indagine internazionale sull'insegnamento e l'apprendimento – TALIS (Teaching And Learning International Survey) è la prima analisi comparativa che fotografa la situazione attuale dei sistemi scolastici nei 23 paesi partecipanti, coinvolgendo 70.000 tra professori e dirigenti scolastici. La ricerca, incentrata sull’istruzione secondaria di primo grado pubblica e privata, esamina alcuni importanti aspetti relativi a: sviluppo professionale, opinioni, atteggiamenti e pratiche di insegnamento adottate dai docenti, valutazione e feedback e, infine, leadership scolastica; elementi che, in qualche modo, incidono sull’efficacia dell’apprendimento e sulla qualità del clima d’aula.

o Un docente su quattro, nella maggior parte dei paesi europei, vanifica almeno il 30% del tempo di insegnamento a causa del comportamento indisciplinato degli studenti o per gli adempimenti amministrativi.

o I docenti che hanno avuto maggiori occasioni di sviluppo professionale si sentono, in genere, più preparati ad affrontare le sfide educative.

o In taluni paesi, la valutazione dei docenti e il feedback possono rivelarsi strumenti molto utili per accrescere la percezione dell’efficacia del proprio lavoro e il riconoscimento pubblico può rafforzare questa correlazione. E’ interessante notare che le insegnanti donna tendono a considerare l’insegnamento un modo per favorire l’apprendimento autonomo degli studenti, piuttosto che un processo di trasmissione diretta delle informazioni.

o Talune pratiche didattiche sono maggiormente associate al clima disciplinare d’aula e alla percezione dell’efficacia del proprio lavoro rispetto ad altre modalità di insegnamento.

o La maggior parte dei docenti lavora in scuole che non prevedono alcuna forma di premialità o riconoscimento per il lavoro svolto. Il 75% dei docenti dichiara, secondo TALIS, di non ricevere nessuna gratificazione a fronte di un miglioramento della qualità del proprio lavoro.

o In tutti i paesi europei esistono dirigenti scolastici che hanno adottato uno stile di “leadership educativa” fondamentale per attuare un modello di leadership scolastica efficace.

… E QUELLO ITALIANO

La situazione in Italia non è molto diversa da quella degli altri paesi che hanno partecipato alla ricerca OCSE e i dati risultano abbastanza omogenei.
Le principali cause di disturbo alle lezioni sarebbero episodi di bullismo:intimidazioni o aggressioni verbali verso altri studenti (30%), seguono le aggressioni fisiche tra studenti (12,7%), le aggressioni agli insegnanti (10,4%), ma anche furti (9,1%) e per ultimo il problema della diffusione di droghe e alcol (4,5%).
L'Italia, conferma il rapporto Talis, è il Paese con la più alta percentuale (52%) d'insegnanti che superano i 50 anni, mentre solo il 3% ha un'età inferiore ai 30 anni. Nel nostro sistema scolastico abbiamo la più alta percentuale di insegnati donne: il 78% del totale.
Il 95% degli insegnanti italiani si dice comunque soddisfatto del proprio lavoro e il 98% - la più alta percentuale dopo la Slovenia - giudica positivamente il proprio livello di efficacia nell'attività svolta.
Nella ricerca si evidenzia anche che in Italia è più elevata della media la quota dei dirigenti scolastici che riferisce di mancanza di insegnati specializzati e personale tecnico – utilizzabile nei laboratori – poiché le lamentele raggiungono il 52% contro la media internazionale del 38%.
Ancora meno positive risultano le valutazioni sulla disponibilità di strutture tecniche e materiali didattici per l'istituto.
Ed inferiore alla media internazionale dell'89 % è anche la quota di insegnati italiani - 85% - che riferisce di aver partecipato ad attività di sviluppo professionale negli ultimi 18 mesi.

Queste le principali considerazioni:

o A differenza di quasi tutti i Paesi OCSE, gli allievi sono per lo più valutati dai propri insegnanti. Occorre una supervisione e valutazione esterna. Per l’esame finale di istruzione secondaria superiore i candidati non sono valutati da una commissione completamente esterna

o Gli insegnanti italiani sono pagati meno rispetto alla media dei paesi OCSE, in termini assoluti, rispetto al PIL e su base oraria. Questo vale a tutti i livelli di insegnamento e nei vari livelli della carriera

o I docenti sono assegnati alle scuole in base all’anzianità di servizio: questo meccanismo è inefficiente ed ha effetti negativi sulla qualità dell’insegnamento. Circa la metà degli insegnanti si sposta da una scuola all’altra ogni anno

o Il costo più elevato dell'istruzione italiana è ampiamente dovuto al rapporto insegnante per studente, che è del 50% più alto (9,6 insegnanti ogni 100 studenti in Italia, rispetto a 6,5 insegnanti nell'area OCSE)

o I dirigenti scolastici delle scuole non hanno autonomia manageriale se non molto limitata, anche nella selezione, valutazione e nello sviluppo di carriera degli insegnanti .

In conclusione, l’OCSE raccomanda all’Italia di migliorare la qualità dell'insegnamento e in particolare di:

o Rafforzare la qualifica iniziale degli insegnanti e rendere più rigorose le procedure di reclutamento, attraverso una maggiore selezione per l’accesso alla formazione iniziale degli insegnanti e una standardizzazione delle procedure di certificazione.

o Rendere più attraente la professione dell'insegnamento promuovendo lo sviluppo professionale dell'insegnante, introducendo incentivi finanziari basati sui risultati, offrendo opportunità di sviluppo di carriera basate sulle ricertificazioni e prestazioni.

o Dare maggiore autonomia gestionale ai dirigenti scolastici, in particolare nel reclutamento, nella valutazione e nella progressione di carriera degli insegnanti (condizionale per responsabilizzare le scuole).

Fonte: area comunicazione del Ministero dell’Istruzione

CONTROLLI SULLE ASSENZE PER MALATTIE

IL 15 novembre 2009 è entrato in vigore il Decreto legislativo 150/2009 in materia di… “ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni”, che contiene sostanziali novità in materia di “valutazione, di ordinamento del lavoro nelle pubbliche amministrazioni e di responsabilità dei pubblici dipendenti”.

Per contrastare l’assenteismo nel pubblico impiego, vengono dettate specifiche indicazioni nell’art. 69 del decreto, che ha introdotto l’art. 55 septies (Controlli sulle assenze) nel decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.
In particolare, nel comma 5 del predetto art. 55 septies, sono fornite opportune indicazioni alle amministrazioni in merito anche ai controlli sulle assenze per malattia degli impiegati pubblici.
Nella circolare applicativa, firmata dal Ministro Brunetta il 18 dicembre 2009, sono esplicitate le fasce orarie di reperibilità del lavoratore, entro le quali devono essere effettuate le visite mediche di controllo.

Art. 1

(Fasce orarie di reperibilità)

1. In caso di assenza per malattia, le fasce di reperibilità dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono fissate secondo i seguenti orari: dalla 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L’obbligo di reperibilità sussiste anche nei giorni lavorativi e festivi.

Art. 2

(Esclusioni dell’obbligo di reperibilità)

1. sono esclusi dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità i dipendenti per i quali l’assenza è etimologicamente riconducibile ad una delle seguenti circostanze:

a) patologie gravi che richiedono terapie salvavita;

b) infortuni sul lavoro;

c) malattie per le quali è stata riconosciuta la causa di servizio;

d) stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta;

2. sono altresì esclusi i dipendenti nei confronti dei quali è stato già effettuata la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato.

Rilevazione assenze personale scolastico

Nel 2009 il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ha avviato, di concerto con il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione, il monitoraggio mensile delle assenze del personale della scuola con contratto a tempo indeterminato. La rilevazione delle assenze del personale docente e ATA ha riguardato i mesi da gennaio a maggio e da settembre a dicembre per un raffronto tra gli anni solari 2008 e 2009.
Nel 2010 l’attività di rilevazione prosegue con alcune novità, per consentire la conoscenza di ulteriori aspetti significativi del fenomeno.

In particolare, viene prevista:
l’estensione del monitoraggio alle assenze del personale scolastico con contratto a tempo determinato; la specificazione di alcune categorie di assenze e la rilevazione delle assenze non retribuite.
La nuova rilevazione viene effettuata, come per il passato, con cadenza mensile e con l’invio dei dati entro e non oltre le prime due settimane utili del mese successivo a quello di riferimento, per consentire la successiva trasmissione al Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Essendo già stati rilevati i dati delle assenze relative all’anno 2009 la presente rilevazione si riferisce solo alle assenze dell’anno 2010.
La comunicazione dei dati avviene, come di consueto, accedendo al portale SIDI – nell’area "Rilevazioni sulle Scuole" – in cui è attiva la voce “Assenze del Personale”.
Mensilmente, ultimata la raccolta dei dati, la relativa sintesi viene inserita nel sito del Ministero al link: http://www.pubblica.istruzione.it/assenze_personale_scuola.shtml
Gli Uffici Scolastici Regionali vengono abilitati all’accesso dei dati per la parte di rispettiva competenza, per acquisire un puntuale quadro di riferimento. In allegato alla presente nota, è reso disponibile un fac-simile di modello della rilevazione, con le novità introdotte.
Per ulteriori informazioni o chiarimenti è possibile consultare le avvertenze allegate alla presente Nota e cliccabili nella scheda di rilevazione. Inoltre, possono essere contattati i seguenti numeri: 06.5849.3708 - 06.5849.3641 - 06.5849.3161, ai quali risponde il personale del Servizio Statistico addetto alla rilevazione.
Per l’assistenza riguardante i soli aspetti tecnici della applicazione è invece disponibile il numero verde del Gestore del Sistema Informativo 800 903 080. La funzione di “Acquisizione Dati” per la rilevazione relativa al mese di gennaio sarà attiva dal 2 febbraio 2010 al 15 febbraio 2010.
La presente nota ha carattere permanente; mensilmente, all’interno del portale SIDI, sarà data comunicazione dell’apertura delle funzioni.

IL CAPO DIPARTIMENTO

f.to Giovanni Biondi

Scuola: Concorso Docente dell'anno, seconda edizione

Prende oggi il via la seconda edizione di 'Docente dell'anno', il concorso organizzato da Anp (Associazione nazionale presidi) e Microsoft Italia per premiare quegli insegnanti che utilizzano al meglio le tecnologie per fare didattica. Tutti i docenti che si sono gia' registrati o si registreranno al gruppo Autori della community virtuale di Apprendere in Rete avranno la possibilita' di presentare gratuitamente al concorso le proprie lezioni o i propri oggetti didattici, sviluppati con l'aiuto di supporti informatici. I progetti dovranno consistere in materiali didattici aventi i seguenti requisiti: presenza di potenzialita' tecnologiche e didattiche e valenza del contenuto. I progetti saranno caricabili dal 25 gennaio al 30 aprile (in formato zip, pdf o qualsiasi formato Microsoft Office). La redazione di Apprendere in rete pubblichera' sul portale i materiali inviati e i membri della community potranno votare i loro preferiti: i trenta che avranno ricevuto piu' voti saranno poi giudicati da una Giuria di esperti che, entro il 20 maggio 2010, stabilira' il vincitore cui verra' offerta la possibilita' di effettuare uno stage presso una prestigiosa scuola all'estero. Quest'anno, inoltre, il concorso si arricchisce del nuovo Premio 'Classe Digitale', che coinvolge il mondo studentesco. Sara', infatti, offerta agli studenti la possibilita' di avere un'esperienza diretta dei nuovi approcci collaborativi, entrando a far parte di vere e proprie classi virtuali per la realizzazione di progetti specifici insieme al proprio insegnante. Un modo diretto per coinvolgere e premiare gli studenti piu' talentuosi e meritevoli, che utilizzano la tecnologia come strumento per valorizzare il loro potenziale. Anche in questo caso, i progetti candidati nelle tre aree potranno essere votati dai membri della community dal 25 gennaio al 30 aprile e i 10 maggiormente votati saranno vagliati dalla Giuria di esperti, che stabilira' la classe vincitrice, alla uale verra' donata una lavagna luminosa. "Proseguiamo con un'iniziativa largamente apprezzata dai docenti nella sua prima edizione dello scorso anno- commenta Giorgio Rembado, presidente dell'Ano- volta a valorizzare la loro capacita' di introdurre in modo consapevole ed efficace gli strumenti tecnologici nella didattica, favorendo un costante miglioramento del processo di insegnamento-apprendimento. Oltre a dare visibilita' al lavoro e alla creativita' dei docenti, questo progetto ha il pregio di offrire a chi dimostrana le migliori capacita' di essere protagonista di un'esperienza di elevato valore professionale, quale e' il premio consistente in uno stage all'estero di una settimana presso un'istituzione scolastica prestigiosa" Il progetto, prosegue Alessandro Paolucci, responsabile dell'area Education di Microsoft Italia, "dimostra come la tecnologia sia ormai una risorsa imprescindibile per la didattica nelle scuole e, vista la forte adesione riscontrata l'anno passato, evidenzia chiaramente che i docenti italiani prestano molta attenzione alle potenzialita' che questa puo' offrire loro per svolgere al meglio il proprio lavoro". Il regolamento completo del concorso sara' disponibile sul sito www.apprendereinrete.it e su www.anp.it.

Pensione integrativa: consigli dagli esperti

La pensione è una variabile di centrale importanza nella vita di un individuo, perché serve a generare i flussi di reddito negli anni durante i quali non si è piùin grado di lavorare e, quindi, di ottenere uno stipendio.

Anche in Italia si stanno sviluppando forme di pensione integrative, che si affiancano ai canali classici e conosciuti, tra tutti ricordiamo l’INPS.
Nel corso della propria vita, ogni lavoratore paga un contributo, pari ad una percentuale del proprio guadagno, che servirà a garantirgli una pensione quando smetterà di lavorare.
L’esperienza internazionale insegna che la gestione privata spesso genera dei rendimenti superiori a quella pubblica e quindi, anche nel settore pensionistico, la tendenza è verso un graduale ridimensionamento del settore pubblico.
Chi è interessato a questo problema?
Tutti, ma prevalentemente i giovani e, comunque, chi prevede di andare in pensione almeno tra una quindicina di anni. Chi intende costruirsi una pensione sa che il punto centrale è dato dalla possibilità di investire per il lungo termine, ma più ci si avvicina alla data di pensionamento minori saranno i rischi che si potranno assumere:
a sessant’anni non ci si può permettere di perdere il 20% del proprio capitale, mentre a trenta anni (con davanti trent’anni di risparmio ogni anno) la propensione al rischio è sicuramente maggiore, perché c’è tutto il tempo per recuperare eventuali movimenti sfavorevoli nei prezzi.
Ipotizziamo il caso di un individuo di trenta anni, che preveda versamenti annuali per i prossimi trenta, come può impostare le scelte di investimento?
In questa sede, proporremo alcune “idee” sull’impostazione teorica e sulla loro realizzabilità, a nostro avviso sono di fondamentale importanza per raggiungere l’obiettivo:

a) La storia evidenzia come nel lungo termine le azioni abbiano generato rendimenti superiori alle obbligazioni e queste ultime ai depositi bancari: il denaro in contanti è un costo: è opportuno mantenere la quota in liquidità al minimo, anche perché non sono previsti esborsi di denaro nel periodo se non per motivi eccezionali.
L’inflazione è il vero nemico nel lungo termine.
b) Le gestioni passive (azionarie ed obbligazionarie) che replicano l’andamento degli indici, in media, hanno fornito una perfomance corretta per il rischio (al netto dei costi) superiore all’universo dei fondi di investimento: è preferibile orientarsi verso prodotti a benchmark a basso costo quali E.T.F. (exchange traded funds), i benchmark, i fondi a indice…
c) Le obbligazioni zero coupon che garantiscono un capitale con certezza a scadenza, senza distribuire cedole ogni anno, sono la base del capitale garantito: ad esempio 30 lire adesso diventeranno 100 lire tra vent’anni. Un investimento, effettuato con regolarità su base annua, in questi titoli permette di creare alla scadenza una ricchezza nominale certa: si può impostare un versamento annuale con scadenza ventennale, nel 2000 per il 2020 nel 2001 per il 2021 e così via.
Al fine di semplificare la gestione delle zero coupon, è possibile concentrarsi solo su alcune scadenze: il 2020, il 2025 ed il 2030 per ottenere il rimborso del capitale in tre/quattro periodi. E’ doveroso sottolineare che il mercato di questi titoli non è molto liquido e, quindi, si devono scegliere i titoli più scambiati per ottenere delle condizioni di mercato non troppo penalizzanti, quando li si acquista, il problema non sussiste per il rimborso che avverrà a 100, senza oneri aggiuntivi.
d) E’ buona norma non eccedere in investimenti in settori legati o, comunque vicini, alla propria attività lavorativa, al fine di limitare il rischio specifico del settore. Ad esempio chi opera nel settore internet dovrebbe contenere l’investimento in titoli tecnologici, chi lavora in banca è preferibile che moderi l’esposizione nel settore bancario/finanziario e così via… Alla base di questa scelta c’è la considerazione che una crisi specifica del settore generi una perdita di reddito (se non del lavoro) e, quindi, è meglio che gli investimenti non ne risentano in modo eccessivo anzi, siano il più incorrelati possibile, cioè si muovano in modo slegato tra loro. In linea con il detto popolare: “è meglio non mettere tutte le uova nello stesso paniere”.
e) Il rischio paese è facilmente diversificabile: un lavoratore italiano può tranquillamente comprare azioni estere (europee, americane, asiatiche…), in questo modo un’ipotetica recessione che colpisca solo l’Italia, con inevitabili diminuzioni del prezzo delle azioni in borsa, avrà effetti contenuti sul patrimonio complessivo se gli investimenti sono orientati anche verso altri paesi, nei quali la recessione potrebbe non verificarsi e, pertanto, la borsa non risentirne affatto! In ottica di diversificazione del rischio è di centrale importanza non
concentrare la maggior parte della propria ricchezza nel paese dove si vive,è un errore che quasi tutti commettono ed è un fenomeno studiato dagli economisti finanziari che lo chiamano: home bias (distorsione verso il paese di appartenenza).
f) I prodotti eccessivamente complessi e dal costo elevato, devono rappresentare una percentuale ridotta dell’investimento complessivo, perché gli obiettivi di chi si costruisce una pensione sono chiari: ottenere il massimo del capitale dopo trent’anni, assumendosi dei rischi sempre inferiori al trascorrere del tempo minimizzando, se possibile, i costi.
g) Spesso investimenti che non possono essere liquidati, cioè venduti, prima della loro naturale scadenza generano, a parità di rischi, rendimenti superiori, il concetto è definito “premio al rischio della liquidità”. In ottica di lungo periodo, vincolare una parte del proprio capitale (l’ordine di grandezza può essere il 5-10%), non ha effetti negativi in caso di necessità immediata, ma può generare un extra rendimento sistematico, che negli anni farà aumentare il valore finale della propria ricchezza.
h) Operativamente è opportuno separare il denaro da dedicare all’investimento pensionistico al denaro utilizzato per le spese di tutti i giorni. E’, quindi, preferibile creare un dossier che abbia esclusivamente la finalità pensionistica, presso un’istituzione finanziaria che consenta di acquistare la maggior parte degli strumenti che si intende acquistare. Nel lungo periodo, il controllo dei costi è estremamente importante ed attualmente le società di trading-on-line, nell’intento di acquisire nuovi clienti, a nostro avviso forniscono condizioni estremamente interessanti.

Riassumiamo i punti centrali di ogni capoverso esposto in dettaglio in precedenza: il denaro contante è un costo, le gestioni passive hanno costi estremamente contenuti, le obbligazioni zero coupon consentono di ottenere con certezza il capitale alla scadenza, il rischio settore di attività è facile da eliminare, il rischio paese è facile da eliminare, i prodotti complessi spesso hanno un costo elevato, investimenti difficilmente liquidabili possono generare rendimenti superiori a parità di rischio, separare il fondo pensione dal denaro utilizzato nella vita di tutti i giorni.

Volutamente non abbiamo parlato dell’acquisto di una casa, quale investimento per il lungo termine, ma ci siamo soffermati sulla parte finanziaria della pensione, affronteremo il problema nella sua totalità(casa+investimenti) in un altro approfondimento.

Fonte: NORISK studi e analisi finanziarie

Geografia "ridimensionata" o cancellata alle Scuole Superiori

Confondere Haiti con Tahiti è un peccato che non si può considerare veniale, soprattutto in questi giorni. Eppure succede. Proprio in questi giorni. A riscontrarlo è la Aiig, l'associazione italiana insegnanti di geografia, preoccupata per gli effetti che potrebbe avere la riforma Gelmini della scuola superiore con il ridimensionamento dello studio di questa materia. E proprio per cercare di frenare questo processo, l'associazione ha presentato documenti alle Commissioni Cultura di Camera e Senato e ha lanciato una raccolta firme via internet che ha raccolto 4.000 adesioni in tre giorni, tra cui quelle dell'architetto Paolo Portoghesi, del Rettore della Sapienza Luigi Frati, del documentarista Folco Quilici, di Luca Mercalli, il meteorologo ospite fisso della trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa".

Ma perché questa battaglia? «Perchè meno geografia rende tutti più poveri», risponde Gino De Vecchis, docente, geografo e presidente dell'Aigg. «La formazione di un cittadino - aggiunge - passa anche dalla geografia, ossia la scienza dell'umanizzazione del pianeta terra e dei processi attivati dalle collettività nelle loro relazioni con la natura e nel corso della storia». Con la riforma Gelmini, invece, spiega De Vecchis «si penalizza una materia già tanto mortificata negli anni, privando gli studenti di conoscenze indispensabili, relativi ai grandi problemi mondiali, come quelli ambientali, socio-economici, geopolitici e culturali, legati alla globalizzazione. Con la riforma, infatti, l'insegnamento della geografia scomparirebbe in tutti gli istituti professionali e in quasi tutti i tecnici, con un'incomprensibile eliminazione per esempio nell'indirizzo "logistica e trasporti". Drastica, inoltre la riduzione nei licei, dove già si fanno solo due ore settimanali e solo nel primo biennio».
Quanto ai licei scientifici «nel primo biennio la geografia, a differenza degli altri licei, verrebbe associata alla storia con 99 ore, ossia tre ore settimanali complessive tra storia e geografia. La nostra richiesta - aggiunge De Vecchis - è che si ripristino le 66 ore destinate autonomamente alla geografia, tenendo presente che, diversamente da altre discipline di base, questa è del tutto assente nel triennio. Un modulo di 66 ore nel biennio costituisce il tempo minimo per consentire una formazione geografica basilare e indispensabile».
A De Vecchis fa eco Daniela Pasquinelli, che dell'Aiig è segretaria nazionale. «Giorni fa - racconta - ero sull'autobus e ho sentito alcuni studenti che parlavano del terremoto di Haiti. Sapete dove si trova Haiti?, ho chiesto, scatenando un dibattito tra i ragazzi. Erano convinti che Haiti fosse l'isola delle ragazze con le corone di fiori al collo e i gonnellini di pagliai. Insomma, avevano confuso l'isola caraibica di Haiti con uno dei gioielli della Polinesia nel Pacifico. Del resto oggi molti studenti dimostrano difficoltà anche nella localizzazione delle regioni italiane. Conoscere la geografia - osserva Pasquinelli - non significa memorizzare nomi. La geografia dei mari, dei monti non esiste più, è un retaggio ottocentesco».
«Siamo molto preoccupati - conclude De Vecchis - perchè questa materia tocca temi cruciali: dai fenomeni migratori ai cambiamenti geopolitici, ai confini mutevoli, non solo politici, ma anche culturali, sociali, economici, fino allo sviluppo sostenibile e alle diversità culturali».

fonte: Avvenire

Dubbi Ue sui docenti di religione nelle scuole italiane: "Assunti per fede, l'Italia spieghi"


In Italia per diventare insegnante di religione, anche in una scuola pubblica, bisogna ottenere il via libera del vescovo. Una prassi in vigore dai Patti lateranensi del 1929 ma entrata in collisione con le regole europee che vietano qualsiasi forma di discriminazione in ragione del credo religioso di un lavoratore. E per vederci chiaro Bruxelles ha aperto un dossier e inviato una richiesta di informazioni al governo Berlusconi.

Il caso nasce da una denuncia alla Commissione europea promossa dal deputato radicale Maurizio Turco, dall'avvocato Alessandro Nucara e dal fiscalista Carlo Pontesilli. Le accuse del pool radicale sono molto precise e si fondano sulle regole cardine dell'Unione europea. Afferma infatti la direttiva comunitaria del 2000 contro la discriminazione che un lavoratore non può essere discriminato per ragioni "fondate sulla religione".
Ma c'è di più, visto che la parità di trattamento a prescindere dalla confessione è garantita anche dalla Dichiarazione universale dell'Onu, richiamata dal Trattato di Maastricht, e dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo. E, a quanto sembra, la regola in vigore da ottant'anni e confermata nel 1985 in seguito al rinnovo dei Patti firmato da Bettino Craxi va in un'altra direzione.
L'avallo vescovile, è la tesi radicale, rappresenta infatti una violazione delle regole comunitarie. A non andare è soprattutto la diversità di trattamento tra i professori di religione e quelli delle altre materie: chi vuole insegnare, infatti, deve svolgere un corso di abilitazione di due anni e poi sperare di diventare precario, prima tappa della sua incerta carriera. Chi insegna religione, sottolinea la denuncia recapitata a Bruxelles, invece deve solo ottenere la nomina vescovile (fatti salvi alcuni requisiti professionali) godendo dunque di un trattamento privilegiato vietato dalla Ue. E se anche i corsi sono stati per ora sospesi dal ministro Gelmini, la disparità resta, perché va da sé che un ateo o un non cattolico non può diventare docente di religione, con palese discriminazione rispetto a chi è credente.

Ma non finisce qui, visto che c'è anche una disparità di trattamento retributivo tra i circa 23 mila insegnanti di religione e gli altri, con i primi che prendono più soldi dei secondi. Prassi bocciata a luglio dalla giustizia italiana, che ha condannato il ministero dell'Istruzione a parificare lo stipendio di un professore che ha fatto ricorso aprendo la strada a nuove singole denunce (in Italia non esiste il ricorso collettivo). Argomentazioni che hanno fatto breccia a Bruxelles, con la direzione generale Affari sociali e pari opportunità della Commissione europea che a cavallo dell'estate ha chiesto una serie di informazioni al governo riservandosi di decidere sul caso solo quando avrà letto la risposta, attesa a breve.
Insomma, non si tratta ancora di una procedura formale contro l'Italia, ma l'invio di un questionario significa che la Ue nutre seri dubbi sulla legalità della nostra legge. Esattamente come avvenuto nel 2007, quando Bruxelles ha chiesto una serie di informazioni sui colossali sgravi fiscali accordati alla Chiesa. Un dossier, questo, ancora al vaglio della Commissione che, secondo diversi interlocutori, prende tempo viste le ingombranti pressioni politiche che spingono per un'archiviazione.

ALBERTO D'ARGENIO

Da: la Repubblica.it

Borse di studio: ecco le più strambe del mondo

STUDIARE gratis, specialmente negli Stati Uniti, non è per niente facile. Ma se pensate che i requisiti richiesti per l'attribuzione delle borse di studio siano soltanto rigidi, vi sbagliate. Spesso sono anche ridicoli. La fantasia degli addetti alla compilazione del bando, stando a quando riportato dal sito Zencollegelife, non conosce limiti e nel mondo esistono ben 45 concorsi decisamente assurdi, destinati a far sorridere ma anche riflettere.
Se vostro figlio è un ragazzo volenteroso, interessato ai libri ma, ahinoi per lui, anche un po' bassino, non potrà mai sperare di ricevere la borsa di studio assegnata dal Tall Clubs International Scholarship, un'organizzazione di Portland, nell'Oregon, nata per promuovere gli studi degli uomini alti almeno un metro e novanta e delle donne più alte di un metro e cinquantacinque. Per fare domanda e ricevere il corrispondente in dollari di 700 euro è sufficiente descrivere in poche righe "Cosa significa per me essere alto". Ma esiste anche la borsa per i più bassi, messa in palio dalla Billy Barty Foundation, che premia gli studenti più bassi di un metro e ventitrè centimetri. Il concorso è nato in omaggio all'omonimo attore italoamericano - vero nome William John Bertanzetti - scomparso nel 2000 e alto appena 118 centimetri.
La Scholar Athlete Milk Mustache of the Year Award è invece una borsa che assegna ai 25 studenti che più si sono distinti nello sport una somma di oltre 5000 euro, un viaggio gratuito a Disney World e la comparsa in una pubblicità, con la faccia decorata di allegri "Milk Mustache", i baffi da latte. Divertente. Ma che cosa c'entra con lo studio?
Se però non avete intenzione di darvi alla pubblicità né siete dei fanatici dello sport, potete sempre mettervi a studiare un po' di araldica e controllare se per caso nella vostra famiglia non vi siano discendenti della dinastia olandese di Lambert and Annetje Van Valkenburg. La Van Valkenburg Memorial Scholarship assegna infatti un contributo di 1000 dollari agli studenti che riescano a dimostrare un legame con il casato.
Ce n'è insomma per tutti i gusti. E ogni bando di concorso non è altro che una scusa per promuovere il proprio settore o farsi pubblicità. La Potato Industry Scholarship, ad esempio, assegna 5000 dollari agli studenti di agraria che si siano distinti nello studio della patata. Mai tubero fu più redditizio. E siccome "studio" non significa solo stare sui libri ma anche apprendere cose nuove e insomma confrontarsi con le proprie abilità, la American Welding Society Scholarships mette in palio ogni anno una somma per tutti gli studenti che si dimostrino saldatori provetti, mentre la Society of Vacuum Coaters Foundation Scholarship premia con 2500 dollari, circa 1700 euro, ai ragazzi particolarmente abili nelle tecniche metallurgiche.
Ci sono poi borse che vengono assegnate senza bisogno di riscontrare alcuna abilità particolare. Come la Frederick and Mary F. Beckley Scholarship, che premia gli studenti mancini, e quelle pensate per promuovere il rapporto tra gli studenti e la natura, come la Sophie Major Memorial Duck Calling Contest, che premia con 2000 dollari chi progetta il miglior richiamo per anatre. La decima borsa di studio più stramba è infine dedicata all'economia: l'Excellence in Predicting the Future Award viene assegnata ai ragazzi che dimostrino un'abilità particolare nel predire i cambiamenti del mercato finanziario. Peccato che il premio in denaro assegnato ad uno studente tanto in gamba sia di appena 400 dollari, meno di 300 euro.

di SARA FICOCELLI
fonte: Repubblica.it

Riflessioni sugli aumenti degli scatti agli insegnanti di religione

Riporto l’articolo del portavoce nazionale COBAS, Piero Bernocchi, riguardo gli aumenti biennali degli scatti di stipendio dati dal Ministro Tremonti agli insegnanti precari di religione. Al di la dei toni un po’ troppo politici, che non ci giovano, mi sembra un intervento piuttosto completo per capire la fonte e la forma della disparità tra insegnanti. Personalmente però non mi batterei per l’annullamento di tali aumenti stipendiali, buon pro gli facciano e probabilmente gli spettano di diritto. Mi batterei invece per una estensione del provvedimento a tutto il personale precario ed il ripristino, a tutto il personale della scuola, degli scatti stipendiali ogni due, massimo tre anni.

Cerchiamo di mantenere il discorso sulle diversità di trattamento tra lavoratori che svolgono lo stesso lavoro evitando di fare “guerre di religione”. Il maggior favore che possiamo fare al governo è dargli motivo di poter dire che ci indignamo solo perché siamo degli anticlericali.

"LO SCANDALO DEGLI INSEGNANTI DI RELIGIONE
Lo scandalo degli insegnanti di religione, ingigantito dalla decisione governativa di regalare ad essi un “tesoretto” tramite aumenti biennali, è in realtà un insieme intollerabile di scandali. Il primo di essi riguarda l’imposizione della religione come materia insostituibile nella scuola pubblica e strumento di propaganda clericale tra i giovani. La possibilità di rendere tale materia almeno davvero facoltativa è stata negli anni vanificata dalle enormi difficoltà imposte nei confronti della materia “alternativa”: fermo restando che, per i Cobas e per ogni laico/a, la religione è e dovrebbe essere questione privata da tenere estranea alla scuola pubblica. Ma non meno scandalosa è l’altra pietra miliare del “feudo” clericale nella scuola, e cioè le modalità di reclutamento degli insegnanti di religione, non assunti come tutti gli altri docenti in base a concorsi e titoli riconosciuti dallo Stato, ma tramite insindacabile giudizio della Curia cattolica, che fornisce e toglie il placet in base alla sua dottrina. In altri termini i docenti di religione sono dipendenti dello Stato vaticano e della gerarchia cattolica pagati dallo Stato italiano: grottesca anomalia inesistente in alcun altro paese europeo o “occidentale”. Ad aggravare ulteriormente i due già macroscopici scandali dell’Italia “giardino vaticano”, se ne è aggiunto un terzo durante il precedente governo Berlusconi e con la ministra Moratti, avallato poi dal successivo governo di centrosinistra, e cioè la non-licenziabilità degli insegnanti di religione. Mentre qualsiasi altro docente assunto dallo Stato può perdere il posto di lavoro, i docenti di religione, in caso di non-conferma da parte della Curia, hanno comunque diritto ad un posto garantito in una altra materia: il che, paradossalmente, consentirebbe alla Chiesa cattolica, revocando ogni anno la “delega” ad un buon numero di docenti, di riempire la scuola pubblica di decine (o centinaia) di migliaia di “propagandisti”. L’ultimo affronto alla laicità della scuola, nonché alla più elementare giustizia salariale, arriva ora: il ministro Tremonti regalerà, a partire da maggio 2010, ai docenti di religione, di fatto “di ruolo” e inamovibili, scatti biennali di stipendio (aumento mensile medio intorno ai 220 euro) con annessi arretrati dal 1 gennaio 2003 (per migliaia di euro); gli stessi scatti biennali, a suo tempo unica modalità di “carriera” per i lavoratori della scuola, cancellati brutalmente con l’assenso di centrodestra e centrosinistra, e negati attualmente ai precari veri, quelli nominati dallo Stato. Ci sarà qualche forza parlamentare che ci aiuterà a bloccare almeno questo ultimo scandalo o tutta la politica istituzionale continuerà ad inchinarsi al potere vaticano e alla clericalizzazione della scuola?"

Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS

Un interessante articolo sugli effetti del Decreto 159/09 di Brunetta

Il decreto n.150/09, al Capo V, rivoluziona tutta la materia delle sanzioni disciplinari e delle responsabilità dei dipendenti pubblici, comprendendovi anche il personale della scuola. Contrariamente a quanto avvenuto con le norme contenute nei Titoli II e III , vale a dire misurazione,valutazione della performance nonchè merito e premi, i cui limiti e modalità di applicazione sono rinviate per il personale docente della scuola/Afam/ricercatori ad un apposito DPCM, per quanto attiene alle norme del Titolo IV,Capo V in materia disciplinare, non viene operato alcun distinguo, equiparando il personale docente al restante personale del pubblico impiego.

Identiche le infrazioni, identiche le sanzioni tanto per il commesso ministeriale quanto per il docente o ricercatore universitario. Cancellati con un colpo di spugna, la specificità della scuola, gli organi di garanzia e di tutela della libertà d’insegnamento, sancita dall’art.33,comma 1 della Costituzione repubblicana che recita: "L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento". Messi così a rischio d’un sol colpo sia la libertà d’insegnamento, vale a dire l’autonomia didattica nel suo profilo metodologico e contenutistico sia la libertà dell’insegnamento con riferimento all’ambito organizzativo e strutturale.
Lo stesso art.1 del Dlgs. n. 297/94 che ben definisce la libertà d’insegnamento come "autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente…diretta a promuovere attraverso il confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni…nel rispetto della loro coscienza morale e civile ", rischia di rimanere lettera morta, ingabbiato sempre più nelle trame di un disciplinare, finalizzato anch’esso, tramite la dirigenza "a garantire la piena e coerente attuazione dell’indirizzo politico in ambito amministrativo" .
E chi se ne frega della libertà d’insegnamento, dell’autonomia didattica, della specificità della scuola e della peculiarità della dirigenza scolastica. Chi dovrà decidere, in attesa degli organismi che saranno preposti a valutare anche nella scuola merito, carriera e professionalità degli insegnanti, organismi per ora rinviati ad un apposito DPCM ? Chi deciderà nel frattempo dell’insufficiente rendimento, dell’inefficienza o incompetenza professionale, del licenziamento di un docente ?
Secondo il decreto Brunetta, i nuovi Uffici di disciplina istituiti presso l’Usp che possono comminare sanzioni da 11 giorni di sospensione fino al licenziamento. Uffici composti esclusivamente da funzionari dell’Amministrazione, senza alcuna rappresentanza del corpo docente come invece erano i Consigli di disciplina. Con l’abolizione dei Consigli di disciplina, sparisce ogni garanzia della libertà d’insegnamento, voluta dal precedente legislatore coi decreti delegati del ’74 , con lo stato giuridico specifico e distinto da quello degli impiegati civili dello Stato (TU n.3/57 ). Un ritorno al passato, agli anni cinquanta tanto cari all’attuale governo di centrodestra, preso a modello per contro riformare la scuola e non solo.
A questa svista politico-culturale se ne aggiunge un’altra di natura tecnico-giuridica. Nelle foga abrogazionista, introdotta dal decreto 150/09, è sfuggito, proprio in materia disciplinare , tutto l’articolato contenuto nel Dlgs.n.297/94 riguardante procedure, competenze e sanzioni del personale docente non di ruolo. L’art.72 del decreto n.150 si limita ad abrogare per i docenti soltanto gli art. dal 502 al 507 del 297/94 che riguardano esclusivamente il disciplinare del personale di ruolo. Per effetto della Legge n.69/09,voluta dall’attuale governo, i testi normativi devono obbligatoriamente indicare le norme che si intendono sostituire,modificare o abrogare in maniera esplicita e non più tacita (cfr.art.3).
Viene così introdotto nell’ordinamento un principio di legge dell’abrograzione esplicita non derogabile. Per effetto di tale norma , rimangono in vigore le norme disciplinari per i docenti precari : 5mila a Milano, 10mila in Lombardia, quasi 100mila in tutta Italia. Se la prima svista potremmo classificarla funzionale all’obiettivo , la seconda più banalmente è una sbadataggine . Entrambe le sviste testimoniano, comunque, quanto poco conosce la scuola chi ci governa.

Pippo Frisone

Fonte:ScuolaOggi.org                 (segnalato da lucy)

LA LINGUA CAMBIA,MA COME E PERCHE'?

Nel ringraziare Ipnos x la brillante e coraggiosa idea di aprire un blog dedicato a noi prof, desidero iniziare la mia collaborazione proponendo un articolo di Maurizio Tiriticco pubblicato su ScuolaOggi che affronta il tema dei cambiamenti linguistici e dei fenomeni con cui la scuola si deve confrontare dal momento che viviamo in una società in continuo cambiamento. Visto che abbiamo a che fare con i "nativi digitali", sarà il caso che cerchiamo di capire quali caratteristiche stanno emergendo nell'uso linguistico e come dobbiamo orientare la nostra azione in merito.
Il dibattito è aperto!

La lingua cambia, ma come e perché?
La questione della lingua non è cosa d’oggi! Se ne è sempre parlato, e scritto, ma solo
in particolari momenti della nostra storia, quando un certo assetto sociale è investito da
una crisi di cambiamento che lo attraversa in tutte le sue strutture socioeconomiche ed
ovviamente anche in quelle culturali e linguistiche. Il De vulgari eloquentia dantesco
affrontava il problema della lingua e sosteneva, anche se in latino, che il volgare poteva
veicolare concetti forti di cui tutti avrebbero potuto fruire, e non solo quei dotti che,
mentre in casa macinavano volgare, quando scrivevano scimmiottavano malamente il
“latino di Cicerone”, ammesso poi che il latino medievale avesse qualcosa in comune con
quello cosiddetto classico. Della lingua si è discusso in età rinascimentale e in età
barocca, tutta intesa quest’ultima ai “distinguo” tra le finalità dialettiche, dimostrative, e
quelle retoriche, persuasive. Per certi versi anticipavano quello che oggi è il clou del
linguaggio pubblicitario, sempre attento a descrivere la bontà e la necessità del prodotto
reclamizzato, ma anche a convincere il potenziale cliente! Di lingua si è discusso a lungo
in età risorgimentale quando l’opzione per il toscano, più o meno lombardizzato, mise
all’angolo le altre lingue bollandole come dialetti! Sono solo fugaci accenni che
meriterebbero maggiore spazio, ma ciò che mi interessa sottolineare è il fatto che non è
nuovo discutere di lingua quando si attraversano profonde modifiche nell’assetto
socioeconomico di un Paese.
Ma ogni modifica ha le sue caratteristiche e queste dell’Italia di oggi sono molto
diverse e ben più complesse rispetto a quelle che nel corso della nostra storia si sono
affrontate. Un tempo la questione della lingua, fatta esclusione del periodo
risorgimentale, non riguardava la popolazione nella sua interezza, ma ristretti gruppi di
parlanti e – non dimentichiamolo – di scriventi, considerando che la grande maggioranza
della popolazione era esclusa dalla lingua letto/scritta. La questione che si poneva non
era solo quella del modello da adottare, ma anche di come estendere a gruppi più ampi di
intellettuali i saperi che via via si venivano costruendo e consolidando. Insomma i
confronti erano di natura interlinguistica, se si può usare questa espressione. Oggi la
situazione è ben diversa, perché entrano in gioco fattori nuovi, extralinguistici, direi,
quello della strumentazione adottata e quello degli utilizzatori.
In primo luogo occorre considerare l’impatto provocato da quei complessi strumenti di
comunicazione che giorno dopo giorno le tecnologie della comunicazione ci propongono.
Non fu la stessa cosa, quando la carta e la stampa intervennero a misurarsi con la
pergamena, il papiro, l’amanuense, perché la strumentazione non metteva in discussione
la natura e la struttura della lingua, fatto sempre salvo il principio che il mezzo, anche se
non è il messaggio, come vogliono alcuni, lo condiziona sempre fortemente. In secondo
luogo c’è la questione degli utilizzatori. La carta stampata permetteva l’ampliamento della
platea degli utenti i quali avrebbero dovuto via via misurarsi con lingue scritte
riconosciute e diffuse ed eventualmente abbandonare la lingua dell’uso corrente, della
famiglia, del piccolo gruppo, il linguaggio cosiddetto ristretto. Gli utilizzatori di oggi,
invece, sono già di per sé portatori di un linguaggio veicolare comune molto ampio e
diffuso, quella delle cosiddette tribù, termine che non a caso ritorna in tanti spot
pubblicitari di telefonini e prodotti similari. E, soprattutto, sono alfabeti!
Mentre nei tempi passati c’era una lingua letto/scritta che si proponeva ed imponeva
nei confronti di tante lingue parlate e a poco a poco finiva con l’imporsi su di esse o di
riconoscerle come dialetti, vernacoli o quello che fossero, a volte anche con una loro
dignità letteraria (un Belli e un Porta fanno testo in merito), oggi il letto/scritto si deve
misurare con altrettanti letto/scritti, estremamente diffusi, ma sulla cui dignità di lingua
semanticamente e sintatticamente ricca e corretta si possono sollevare seri dubbi.
In altri termini, va sottolineata la seguente differenza: il nostro parlante fino a ieri
frequentava la scuola ed apprendeva quella lingua letto/scritta che lo avrebbe affrancato
dall’ignoranza – termine da usare con tanto di virgolette, ovviamente – e che gli avrebbe
consentito di misurarsi con i tanti Gianni – ricordando Don Lorenzo – padroni del “codice
elaborato”; il parlante di oggi frequenta la scuola, ma propone già una sua lingua
letto/scritta appresa da quelle tante istanze informali e non formali di cui la nostra
società affluente e tecnologica è straricca.
Si è così creata, e nel corso di un tempo relativamente breve, una situazione assai
complessa: da una lato c’è una lingua italiana che si è venuta costruendo ed arricchendo
nei secoli, forte e chiara per quanto riguarda sia il lessico (la ricchezza dell’enciclopedia e
del vocabolario) che la grammatica (la fonetica, l’assetto morfologico e quello sintattico);
dall’altro c’è un pullulare di linguaggi che assolvono brillantemente ai compiti della
comunicazione interpersonale, ma scivolano infelicemente quando si devono misurare
con il letto/scritto consolidato dalla tradizione. Di qui tutte le lamentele di insegnanti
della scuola secondaria e dell’università che fanno fatica a dialogare con soggetti la cui
strumentazione linguistica è di un’estrema povertà, lessicale e sintattica.
Ma la cosa più grave è che, se è vero, com’è vero, che tra pensiero e linguaggio il
rapporto è dialettico, a povertà di linguaggio corrisponde povertà di pensiero. Ad
esempio, l’uso dominante della coordinazione, a scapito della subordinazione, non facilita
i processi di analisi, di ricerca, che richiedono, invece, un pensiero/linguaggio articolato
e complesso. Così, gli allora, i poi, i dunque, gli anche, i cioè abbondano e sono sostituiti
da mille interiezioni, che cavolo, per la miseria, che palle e mille cosiddette parolacce che
in effetti parolacce non sono più, ma semplici e poveri nodi che permettono di legare
proposizioni e condurre a compimento il discorso. Di qui la decadenza di alcuni tempi
dell’indicativo, del futuro anteriore, del trapassato prossimo, dello stesso modo
congiuntivo.
La questione non è semplicemente linguistico-formale; il fatto è che è difficile
elaborare pensieri complessi, quanto mai necessari, oggi, per leggere e comprendere certi
fenomeni della realtà contemporanea. Il contadino di un tempo era considerato
analfabeta perché non sapeva leggere e scrivere, ma era assolutamente alfabeta in un
contesto socioeconomico in cui il linguaggio letto/scritto non era necessario; e la sua
ricchezza linguistica – ed intellettuale – gli era data dalla tradizione orale da cui traeva
tutti gli strumenti per sopravvivere, lavorare la terra e socializzare con il suo gruppo.
Forse è veramente analfabeta un certo giovane di oggi che, ristretto nella
comunicazione tramite telefonini, blog, chat, youtube, difficilmente può accedere a quella
complessità che il mondo contemporaneo ci propone in dosi sempre più massicce.
Ovviamente senza nulla togliere a certe soluzioni veloci a cui ci costringe l’esiguo numero
di caratteri da usare per gli sms. Del resto la stenografa di un tempo aveva il grande
merito di scrivere con la stessa rapidità del dettante.
Da quanto detto emergono una constatazione ed una prima conclusione: il problema
della lingua oggi non va assolutamente posto con i criteri di un tempo, quando esisteva
un modello a cui tutti i parlanti/scriventi dovevano attingere; è il modello stesso che va
messo in discussione per renderlo flessibile a certe istanze che vengono “dal basso” – se
si può dir così – e che costituiscono interessanti segnali per un rinnovamento
complessivo della comunicazione linguistica. A mio avviso, ci troviamo di fronte ad una
fase evolutiva estremamente interessante e nuova, che non possiamo affrontare con gli
strumenti di un tempo, quando, cioè, sulla base di un lessico e di una grammatica
consolidata, si insegnava a leggere e scrivere, e poi anche a parlare e ascoltare, ai nuovi
nati e/o ai nuovi arrivati (questi ultimi sono oggi in numero crescente). Le sollecitazioni
che vengono “dal basso” non sono un assalto alla diligenza, sono manifestazioni di
necessità comunicative nuove con cui occorre fare i conti. Insomma, non dobbiamo fare i
saccenti che correggono, ma i maestri che comprendono. A questo punto il discorso si fa
complesso e non vorrei dar luogo a cattive interpretazioni.
E’ solo una sollecitazione per pensare insieme ed insieme operare, sul campo della
ricerca da un lato, su quello della scuola dall’altro, con tutti gli opportuni scambi di
esperienze e di riflessioni. E, se non erro, la Crusca, intelligentemente condotta da
Nicoletta Maraschio, non è insensibile ad un discorso di questo tipo.
Roma, 18 gennaio 2010
Maurizio Tiriticco

La scuola pubblica, a sorpresa, piace al 60% degli italiani

CIO' CHE sorprende maggiormente, nell'indagine condotta da Demos nei giorni scorsi, è il grado di consenso per la scuola pubblica: ampio e perfino in crescita rispetto a un anno fa. Nonostante l'ondata di discredito che - da anni e tanto più in questi tempi - sta sommergendo le istituzioni scolastiche. Ma soprattutto quei "maledetti professori"... Pretendono di insegnare in una società che non sopporta i "maestri" - figuriamoci i professori. Nonostante l'ondata di risentimento contro tutto ciò che è pubblico e statale. Scuola compresa.


Perché oggi lo Stato è rivalutato, ma come barelliere della finanza ammalata; come pronto soccorso del mercato ferito. Nonostante il conseguente calo dei fondi pubblici, che si ripete da anni, con ogni governo, di ogni colore. Perché, per risparmiare, si riducono le spese improduttive. Come vengono ritenute, evidentemente, quelle sostenute per la scuola, la formazione e la ricerca. Nonostante il contributo offerto dal sistema scolastico stesso al proprio discredito. Per le resistenze opposte dagli insegnanti ai progetti di riforma volti a valutarne il rendimento e a premiarne il merito.

Per le degenerazioni del reclutamento universitario, i concorsi pilotati, a favore di amici e parenti fino al terzo grado. Nonostante le interferenze dei genitori, pronti a chiedere rigore e autorità ai professori. Pronti a difendere i propri figli contro i professori (lo ammettono 7 italiani su 10).

Nonostante tutto questo, la scuola, i maestri, i professori "del sistema pubblico" godono ancora di stima e considerazione fra i cittadini. In particolare:

a) il 60% e oltre degli italiani si dice soddisfatto (molto o moltissimo) della scuola pubblica di ogni ordine e tipo. E, nel caso delle scuole elementari, il gradimento sfiora il 70% degli intervistati, senza grandi differenze di età, genere, ceto; ma neppure di orientamento politico.

b) Parallelamente, il 64% dei cittadini manifesta (molta o moltissima) fiducia negli insegnanti della scuola "pubblica". Penalizzati, secondo il 40% degli intervistati, da stipendi troppo bassi.

n entrambi i casi - scuola pubblica e insegnanti - il giudizio appare migliorato rispetto a un anno fa. In evidente contrasto con la rappresentazione dominante, al cui centro campeggiano l'insegnante fannullone e incapace, la scuola inefficiente e sprecona. Argomenti politici e mediatici di successo, che fra i cittadini non sembrano, tuttavia, attecchire. La scuola e gli insegnanti godono, al contrario, di buona reputazione. E non per "ideologia" o per pregiudizio politico. Fra gli intervistati, infatti, appare ampia la consapevolezza dei problemi che la affliggono. Il distacco nei confronti del mercato del lavoro, la violenza, l'incapacità di ridurre le diseguaglianze, la preparazione inadeguata degli insegnanti. Ancora: lo scarso rilievo attribuito al merito, sia per gli studenti che per i loro insegnanti. Infine, anzi, in testa a tutto: la penosa penuria di risorse.

I provvedimenti della ministra Mariastella Gelmini, peraltro, non sono catalogati attraverso pre-giudizi generalizzati. Vengono, invece, valutati in modo distinto, caso per caso. Una larghissima maggioranza degli intervistati si dice favorevole: al ritorno del voto in condotta, dei grembiulini, degli esami di riparazione. Novità antiche che piacciono perché propongono soluzioni semplici a problemi complessi. Evocano la tradizione e la nostalgia per curare i mali odierni. Si rivolgono, in particolare, alla domanda d'ordine e di autorità, che oggi appare diffusa.

Il giudizio, però, cambia sensibilmente quando entrano in gioco temi che richiamano l'organizzazione didattica e il modello educativo. In primo luogo: il ritorno del "maestro" unico alle elementari. Un provvedimento che divide gli italiani. Non piace, anzi, a una maggioranza, per quanto non larghissima. Mentre è nettissimo, plebiscitario il dissenso verso la chiusura degli istituti con meno di 50 studenti (in un Paese di piccoli paesi, come il nostro, si tratta di una diffusa reazione di autodifesa). Ma anche verso la scelta di differenziare (per quanto transitoriamente) le classi per gli studenti stranieri e italiani. Perché, al di là del merito, il provvedimento sembra dettato da preoccupazioni di consenso più che di inserimento.

Mentre fra gli italiani, anche i più insicuri, è ampia la convinzione che famiglia e scuola siano i principali canali di integrazione (e di controllo sociale).

Semmai, appare più ideologica la base del consenso per le politiche del governo, che ottengono il massimo grado di sostegno fra le persone più lontane dalla scuola, per esperienza personale e familiare: gli anziani, le famiglie dove non vi sono né studenti né docenti. Al contrario, le resistenze crescono nelle famiglie dove vi sono insegnanti o studenti. Ma soprattutto nei confronti dei provvedimenti meno popolari: maestro unico e classi differenziate per stranieri. Ciò suggerisce che l'opposizione alle politiche della scuola, elaborate dalla ministra Gelmini, sia dettata, in buona misura, dall'esperienza delle famiglie e delle persone.

Da ciò un giudizio complessivamente negativo nei confronti della riforma, ma anche verso l'azione della ministra. Rimandate entrambe, non bocciate senza appello. In altri termini: gran parte degli italiani è d'accordo sulla necessità di riformare la scuola.

Tuttavia, alla fine sul giudizio dei cittadini e degli utenti gli aspetti concreti pesano assai più di quelli simbolici. E il ritorno dei grembiulini e del voto in condotta non giustificano, agli occhi dei più, il taglio dei finanziamenti, il maestro unico, le classi "dedicate" per gli stranieri. C'è difficoltà a immaginare la possibilità di curare la scuola amputandone gli organi vitali. Riducendo ancora risorse ritenute oggi largamente inadeguate. Ciò spiega il consenso largamente maggioritario a sostegno delle proteste contro la riforma, che da qualche settimana agitano le scuole e affollano le piazze. Coinvolgendo, insieme, studenti, professori e genitori.

A differenza del mitico Sessantotto, evocato spesso, a sproposito, in questi giorni - per "colpa" dell'anniversario (40 anni) e per pigrizia analitica. In quel tempo gli studenti contestavano il passato che ingombrava, pesantemente, la società, la cultura, le istituzioni. Zavorrava le loro aspettative di vita e di lavoro. Per cui manifestavano e protestavano "contro" la società adulta. "Contro" i professori e i loro stessi genitori. Oggi, al contrario, il malessere degli studenti nasce dal furto del futuro, di cui sono vittime. La loro rivolta "generazionale" incrocia la protesta "professionale" dei professori e la solidarietà dei genitori, a cui li lega un rapporto di reciproca dipendenza, divenuto sempre più stretto, negli ultimi anni. Da ciò un problema rilevante per i giovani, i figli e gli studenti. Magari sconfiggeranno la Gelmini. Ma come riusciranno a "liberarsi" davvero con la complicità degli adulti, il permesso dei genitori, e il consenso dei professori?

di ILVO DIAMANTI

fonte: Repubblica.it

Maledetti professori

IL "PROFESSORE", ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all'università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un'immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a "modello" dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E' almeno da vent'anni che tira un'aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.

Siamo nell'era del "mito imprenditore" . Dell'uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l'artigiano e il commerciante. L'immobiliarista. E' "l'Italia che produce". Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.
Competenze apprese "fuori" da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la scuola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.

Si pensi all'invettiva contro i "professori meridionali" lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato "suo figlio" agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).

Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l'insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per "progetto" - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all'università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all'insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D'altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.

Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.

Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell'informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare "opinionista" anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una "pupa ignorante", un tronista o un "amico" palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza "studenti". Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?

Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

di ILVO DIAMANTI

fonte: Repubblica.it

Draghi: Bisogna aumentare l'età di pensionamento

MILANO - Innalzare l'età pensionabile. La necessità individuata dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, vede vari ministri su posizioni differenti e il parere contrario degli istituti di previdenza (Inps, Inpdap) e dei sindacati, mentre la Confindustria dice che «passi avanti sono stati fatti, ma si può fare di più».

DRAGHI - Il tasso di copertura assicurato in Italia dal pilastro pubblico ai futuro pensionati «sarà più basso, a parità di età di pensionamento, di quello che il sistema ha garantito finora», ha detto Draghi, e quindi «per assicurare prestazioni di importo adeguato a un numero crescente di pensionati è indispensabile un aumento significativo dell'età media effettiva di pensionamento».

SACCONI - Secondo il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, invece, le riforme sulle pensioni già fatte sono «più che sufficienti». Sacconi sottolinea che ci sono due stabilizzatori del sistema: l'adeguamento dei coefficienti di trasformazione dei contributi e la norma prevista nel decreto anti-crisi che adegua l'età pensionabile all'aspettativa di vita a partire dal 2015. «La nostra riforma nel provvedimento "anticrisi" - spiega Sacconi a margine della presentazione del rapporto Inpdap - non può essere sottovalutata perché non ha determinato forme di mobilità sociale. Già dall'anno prossimo si calcola l'andamento dell'aspettativa di vita in modo che dal 2015 ci sia un aumento automatico corrispondente e proporzionale. Da allora ogni 5 anni ci sarà un adeguamento». «Credo che un meccanismo di questo genere - aggiunge Sacconi - sia più che sufficiente visto che si combina con quanto previsto dai governi Dini e Prodi sulla caratura delle pensioni». Alla domanda se le riforme fatte quindi bastano, Sacconi risponde: «Ragionevolmente sì».

PDL PER DRAGHI - Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo economico, ritiene invece che le riforme sin qui realizzate non bastino e dà ragione a Draghi. «L'innalzamento dell'età pensionabile non è più un tabù, ma una necessità che va realizzata in maniera più compiuta nel quadro di un processo di riforma che si fondi su un nuovo patto generazionale e possa avere la più ampia condivisione possibile. Il governo si è gia mosso su questa strada, ma credo che una riflessione più ampia vada fatta nella seconda fase della legislatura». Sulla linea di Urso sono tre deputati del Pdl, Giuliano Cazzola, Benedetto della Vedova e Raffaello Vignali: «Draghi ha ragione quando invita a mettere all'ordine del giorno una riforma delle pensioni che abbia al suo centro l’innalzamento dell’età pensionabile». Anche un altro deputato Pdl, Giorgio Jannone, presidente della commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali, appoggia Draghi: «Le riforme approvate e quelle in itinere garantiscono la stabilità del sistema per i prossimi anni, anche se i mutamenti demografici richiederanno ulteriori interventi».

CONFINDUSTRIA - «La nostra posizione sulle pensioni è nota», ha spiegato la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. «Pensiamo che si possa fare di più. È vero che, come dice Sacconi, nel decreto anticrisi ci sono stati ulteriori adeguamenti che entreranno in funzione del 2015 e saranno una sorta di meccanismo di stabilizzazione. Si dovrà riflettere se farlo entrare in funzione prima, ma qualche passo in avanti è stato fatto». Chiarisce ulteriormente il vice presidente degli imprenditori Alberto Bombassei: «Sono assolutamente d'accordo con Draghi. Confindustria lo dice da molti anni, fa piacere che piano piano un po' tutti si convincono che l'innalzamento dell'età pensionabile è una misura necessaria».

«IL SISTEMA TIENE» - Antonio Mastropasqua, presidente dell'Inps, e Paolo Crescimbeni, presidente dell'Inpdap, sono invece in disaccordo con Draghi: «A oggi il sistema tiene e i conti Inps lo dimostrano», ha dichiarato Mastropasqua. «Con la riforma Dini che va a regime piano piano, e con il decreto legge anticrisi che contiene una norma che adegua l'età pensionabile alle aspettative di vita e decorre dal 2015, il sistema tiene». Aggiunge Crescimbeni: «La norma inserita nel decreto anticrisi sull'adeguamento dell'età pensionabile all'aspettativa di vita è una formula sufficientemente risolutiva».

SINDACATI - «Già quando c'è stato l'aumento dell'età pensionabile nel settore pubblico avevamo detto che non era quello il modo di affrontare il tema. Se si vuole discutere di pensioni bisogna affrontare tutti i problemi. Ci vuole un tavolo per affrontare tali questioni», ha affermato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Anche Renata Polverini, segretario generale dell'Ugl, giudica che «dobbiamo affrontare un problema più generale e complessivo, all'interno del quale le pensioni rappresentano solo una delle questioni, e non sul piano dell'età». «La ricetta di Draghi è socialmente iniqua e totalmente lontana dalla realtà», afferma in una nota il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi.

RIFONDAZIONE - Chiaro no a Draghi da parte di Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista: «Se si aumentasse l'età pensionabile, aumenterebbe la disoccupazione giovanile, peggiorerebbe l'occupazione e la disastrosa crisi economica e sociale che stiamo vivendo si aggraverebbe di molto».

fonte: corriere.it

Come ci vedono: gli insegnanti e le ferie

Alcuni commenti raccolti qua e la per il web, illuminanti sul comportamento dei figli in classe, sul tema delle ferie ai professori. A queste persone vorrei fare solo una domanda: "ma tu dove stavi mentre io studiavo?"

• Troppe ferie sì, ai prof e maestri/e, allora dovrebbero farne altrettante anche i bidelli, non vivono nelle scuole con i Prof ecc.? la furbizia degli insegnanti, si basa sulla reperibilità, sono reperibili ma, chi li chiama per esempio per dare ripetizione ai ragazzi/e? Qui, Brunetta dovrebbe intervenire.


• penso che le ferie siano sempre troppe senza contare che difficilmente facciano tutte le ore della giornata scolastica per tutta la settimana!Io conosco una insegnante che lavora 19 ore settimanali io ne faccio 36! PRENDIAMO ANCHE LO STESSO STIPENDIO

• Parlate solo di ferie, ma cosa dite delle finte malattie. Il prof di matematica di mio figlio faceva mesi di assenza, pagata per stare nel suo ufficio. Ovviamente era ingegnere e aveva uno studio.Un caso isolato di furbetteria? Noooo uno come taaaanti. E potrei continuare....

• Ciao a tutti. Io non dico che gli insegnanti debbano fare poche ferie, pero' sarebbe tutto più semplice (per noi genitori, soprattutto per chi come me ha una bimba piccola) se le scuole tenessero un'apertura anche nei mesi estivi (magari facendo dei gruppi di studio, facendo "turnare"gli insegnanti in modo da tenere le scuole aperte ed evitarci gravosissime spese di baby- sitting.

• Troppe...si troppe ferie ai prof...vedi le ultime festività ...natale ..fine anno ecc...ma chiudiamole le scuole.... tanto oggi i bambini nascono già "imparati" e se qualcuno si sente un pò "indietro" c'è comunque la play station game boy i canali di pupazzi di sky ..senza dimenticare poi la "TELEVISIONE" pip baud,striscia, grande fratello,amici...nemici...ecc ecc...viva l'Italia!!

• Troppe ferie,troppa ignoranza, e troppe "musse" cioè troppe chiacchiere e perdite di tempo con progetti e storielle che non adducono a nulla e poco hanno a che fare con l'insegnamento, a messo che questi abbiano qualcosa da insegnare. Pagati poco e male e pur ci vanno, vuol dire che meglio non hanno, o non possono avere e allora cosa possono dare .

• Parliamo delle maestre delle scuole elementari? Loro non hanno di certo gli esami di maturirà che li impegnano fino a metà luglio...Mia zia è maestra ed è a casa luglio e agosto con obbligo di non potersi spostare perchè potrebbero chiamarla a lavoro per sistemare carte o altro (cosa che però non capita MAI quindi di fatto sta a casa due mesi) più le vacanze di natale, pasqua, carnevale. Sono gli insegnanti a lamentarsi sempre...mentre tutti i comuni lavoratori hanno 20 giorni di ferie tutto l'anno e stop.

• un 'insegnante a quanto so io quadagna 1500 euro/mese per 14 mensilità , fa tre mesi di ferie e le ore settimanali in cui insegna/corregge compiti/non sono sicuramente 40 .(poi da aggiungere 1500 se una lo fa a milano la cifra con il rapporto costo della vità è quella , ma se una è prof. al sud è come se in proporzione prendesse 2400 euro /mese). poi una volta un proff mi ha detto "ma noi dobbiamo fare corsi di aggiornamento ...." , e perchè noi dipendenti o operai non dobbiamo costantemente aggiornarci per stare al passo con i tempi ??? i professori vanno bene perchè sono attaccati alla grossa mammella dello stato . punto

CONTINUA